San Leopoldo Mandic, l’altro “Santo” di Padova…
La città del Santo per antonomasia conserva fra le sue mura un altro santo, grande testimone del XX secolo, il cui culto si va sempre più diffondendo a causa del ricordo della sua santità personale e anche delle grazie concesse a tanti fedeli.di Caterina Maniaci
Chiunque si avvicinasse alla sua celletta, mentre attendeva di varcare quella soglia, si sentiva invaso da una strana calma, da serenità, insieme alla consapevolezza di essere atteso, compreso e infine perdonato. Era l’effetto – e continua ad esserlo – del carisma di San Leopoldo Mandic, noto come Padre Leopoldo. Era – e lo è ancora adesso, anzi sempre di più – la sua grande capacità di penetrare i cuori, di leggervi attraverso, anche in quelli più oscurati dal peccato o dalla disperazione: da luoghi anche molto lontani venivano per farsi confessare da lui. E poi per chiedere, con la sua intercessione, miracoli che sembravano davvero impossibili.
Il santuario di san Leopoldo si trova a Padova. Conosciuta universalmente come la città del Santo, in riferimento a Sant’Antonio, la città però è il centro di una devozione forse meno nota, e appunto un po’ “oscurata” dalla fama del Santo: quella per il piccolo e sparuto cappuccino che abitò nel convento che si trova nel quartiere di Santa Croce e che qui morì il 30 luglio 1942, “in odore di santità”. Qui arrivano ogni anno a migliaia per pregarlo, ricordarlo, per aprirgli, ancora una volta, il cuore gonfio di disperazione, o di speranza.
Confessore con un cuore rettamente ecumenico Leopoldo Mandic nacque a Castelnuovo di Cattaro, nel Montenegro, il 12 maggio 1866. Si chiamava Adeodato, era un bambino un pò gracile, malaticcio, appartenente ad una famiglia di robusta tradizione cattolica, di nobili origini ma poi precipitata nella miseria. La sua vocazione fu abbastanza precoce ed entrò nel seminario dei cappuccini di Udine nel 1882.
L’anno di noviziato fu compiuto nell’‘84, nel convento di Bassano del Grappa. Le tappe successive della sua formazione furono Padova e Venezia, dove, nel settembre 1890, venne ordinato sacerdote, nella basilica della Madonna della Salute. Nella ex Serenissima rimase poi altre sette anni, completando gli studi teologici. Altri studi, altre tappe: a Zara, a Capodistria, a Thiene, in provincia di Vicenza, poi, nel 1909, il ritorno a Padova, città dove rimase, eccetto brevi periodi, fino al giorno della morte. All’inizio della sua vita sacerdotale gli furono affidati incarichi di varia natura. Ma fu presto chiaro quale era la sua strada: arrivare a svolgere il servizio di confessore. Eppure lui aveva sempre sperato di dedicare la propria vita al dialogo con gli ortodossi.
Dovette dunque fare un particolare sforzo di obbedienza, constatando che quel che Dio voleva da lui era qualcosa di diverso, almeno apparentemente, perchè nella sostanza si trattava sempre di un atto di donazione, in questo caso ai penitenti che accorrevano a lui sempre più numerosi. «Da Padova per ora non c’è verso di poter scappare», confidava ad un amico. «Mi vogliono qui. Ma io sono come un uccellino in gabbia: il mio cuore è sempre al di là del mare. Ogni anima che chiederà il mio ministero sarà, frattanto, il mio Oriente». Già, il mare. Quello lontano della sua infanzia, povera e felice, quando, scalzo, con gli altri ragazzini, correva sulle spiagge lambite dal mare limpido di Castelnuovo, proprio dinanzi casa sua. Non era voglia di semplice o incosciente libertà.
Non era pura nostalgia, era appunto una vocazione intensa, il desiderio di riportare unità nella Chiesa. Un desiderio profondo e precoce, già formato nel suo cuore di bambino, quando fu in qualche modo spettatore di lotte feroci scatenate dai serbi, quando, dinanzi a tanto odio insensato, oppose appunto il desiderio di una riconciliazione e di una unità di fede. L’obbedienza prima di tutto Non fu una vita facile, la sua. Il suo carattere, piuttosto impulsivo, dovette misurarsi, spesso e volentieri, con la scelta totale e convinta dell’obbedienza. Un esempio fra tutti ne illustra pienamente la concretezza, così come viene citato nel libro di Pietro Brazzale
Questo povero me (edizioni Portavoce di San Leopoldo Mandic- Padova). Nell’ ottobre 1923, mentre si trovava nel convento di Padova, arrivò a padre Leopoldo un ordine del ministro provinciale, padre Odorico da Pordenone, ordine di trasferimento nel convento dell’Immacolata di Fiume, con l’incarico di essere a disposizione per le confessioni degli sloveni e dei croati. Fu una gioia immensa per il padre. Gli pareva che tutti i desideri più profondi del suo cuore si stessero così realizzando: essere cioè apostolo tra la sua gente in Istria e Dalmazia, lavorare per l’unità della Chiesa. Dopo poco più di un mese arrivò un’altra lettera che praticamente annullava la disposizione precedente e si chiedeva al padre di rimanere a Padova. Cosa che egli fece, anche se, come testimoniarono alcuni confratelli, «si vedeva che l’obbedienza gli costava sacrificio».
L’obbedienza, prima di tutto. E nella città patavina per decenni continuò il suo ministero penitenziale. “A Padova c’è un confessore eccezionale!”: era questo il “passaparola” che correva per l’intera città e presto non solo in città, ma dalla provincia ad altre città. E qual era il suo “metodo”? Ecco come lo descrive sempre Pietro Brazzale: «Le confessioni che si facevano con padre Leopoldo erano, ordinariamente, molto brevi, tanto che più di qualcuno restava deluso. Dopo aver ascoltato l’accusa del penitente – talvolta non lasciava nemmeno che fosse terminata – padre Leopoldo pronunciava sottovoce alcune parole d’esortazione e poi concludeva: “Abbracci tutto nel suo dolore”. Quindi il penitente recitava l’atto di dolore e padre Leopoldo impartiva l’assoluzione». “Questo povero me”…
Gravemente malato, il frate morì la mattina presto del 30 luglio del 1942. Fin da quel giorno si poté toccare con mano, in un certo senso, la devozione che intorno a lui si era diffusa e la fama di santo, insieme alla convinzione che, per sua intercessione, si ottenevano grazie e miracoli. Nel 1946 si iniziarono le pratiche per il riconoscimento della sua santità, il Papa Paolo VI lo proclamò beato il 2 maggio 1976 e Giovanni Paolo II lo dichiarò santo il 16 ottobre 1983. La sua festa liturgica viene celebrata il 12 maggio. Nel convento di Padova vi è un flusso ininterrotto di pellegrini che vengono a cercare un riflesso della sua santità, a chiedere miracoli, o la conversione più profonda.
Il “cuore” di questo luogo di straordinaria devozione è la celletta-confessionale, dove appunto il padre confessò per circa trentatrè anni. Una piccola lapide, posta sulla parete esterna, ricorda il bombardamento del 14 maggio 1944, dalle cui distruzioni fu preservata perché, come aveva profetizzato lui stesso, «rimanesse un monumento della divina provvidenza». Tutto è rimasto come allora, quando il piccolo frate, con la barba bianca, il bastone cui si appoggiava, si sedeva in un angolo e pazientemente aspettava che, ad uno ad uno, i penitenti si inginocchiassero accanto a lui e gli aprissero il cuore pesante.
Ancora oggi in questa cella i tanti visitatori cercano di intessere con lui un dialogo, “sentono” la sua presenza e parlano con lui, anche attraverso le suppliche e i ringraziamenti che scrivono sul grande volume posto su un leggio. In uno di questi volumi anche Giovanni Paolo II, dopo aver pregato, ha posto la sua firma, il 12 settembre 1982. Per onorare questo “piccolo” e umile servo del Signore, che spesso concludeva le lettere con l’espressione “questo povero me”, prima della firma.
(RC n. 35 - Giugno 2008)