Ci può raccontare un po’ la storia di questa basilica? Per quali vicende storiche sono poi finite qui le spoglie del grande vescovo di Ippona?
La prima notizia storica di questa basilica la dobbiamo alla penna di Paolo Diacono. Nella sua celebre Historia longobardarum, egli menziona una basilica di San Pietro in Ciel d’Oro già all’inizio del VII secolo. È in questo luogo che è stato seppellito San Severino Boezio, il celebre filosofo romano autore del De consolatione philosophiae. È stato forse ucciso proprio in questo luogo, che era una zona cimiteriale, nel 525.
Il sommo poeta italiano Dante Alighieri, quando nel Canto X del Paradiso incontra un gruppo di anime sagge, dice: «Lo corpo ond’ella fu cacciata giace giuso in cieldauro ed essa da martirio e da esilio venne a questa pace». Si riferiva proprio all’anima di Severino Boezio.
La Basilica ha avuto ulteriore grande fama quando il Re dei longobardi Liutprando, venendo a sapere che il corpo di sant’Agostino, che si trovava allora in Sardegna, era in pericolo, con un grande prezzo – Beda il Venerabile parla di 70.000 monete d’oro – lo comprò e lo fece portare via mare a Genova.
Sembra poi che, con grande festa, egli sia andato personalmente per accoglierlo e portarlo alla Chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro. Questa traslazione del corpo di sant’Agostino avvenne nell’anno 724.
Successivamente, il Re dei longobardi affidò la basilica che sorse intorno alla tomba dei due santi ai benedettini. Noi, agostiniani, dopo che siamo stati fondati 750 fa da Papa Alessandro IV, abbiamo subito ottenuto di poter venire qui a Pavia a custodire la tomba di sant’Agostino. Siamo arrivati nell’anno 1331 per incarico del Papa Giovanni XXII.
La Basilica, però, quella antica di qui stiamo parlando, è andata totalmente distrutta prima dell’anno Mille. E sulle ceneri dell’antica basilica è sorta quella che c’è oggi, consacrata da Papa Innocenzo II nell’anno 1132. Ha conservato, però, il titolo antico di San Pietro in Ciel d’Oro, perché aveva il soffitto dorato ed era dedicata al Principe degli Apostoli.
La storia di questa Basilica è molto complessa. Questo gioiello di arte romanico lombardo, molto apprezzato anche dal punto di vista architettonico, ha rischiato addirittura di essere demolito. Quando c’è stata la soppressione degli ordini religiosi ai tempi di Napoleone, noi siamo stati forzati ad abbandonare la città. Con Napoleone la basilica è stata trasformata in una stalla, poi in un deposito di materiale, in un stato di totale abbandono.
Durante questo periodo, la reliquia di sant’Agostino è rimasta qui?
Quando gli agostiniani, alla fine del ‘700, sono stati costretti ad abbandonare la città hanno affidato i tesori più importanti al vescovo. Quindi le ossa del santo padre Agostino, il corpo di Severino Boezio, l’arca marmorea, stupendo lavoro che gli agostiniani avevano fatto fare nel XIV secolo, li hanno affidati alla Diocesi. E i vescovi di Pavia sono intervenuti per portare questi tesori nella cattedrale, dove sono rimasti per oltre cento anni.
Ad un certo punto, tutta la parte destra della basilica è crollata. Era in totale abbandono. Nel 1880 è intervenuto un gruppo di laici – ingegneri, avvocati, professori – che hanno costituito la Società per la conservazione dei monumenti dell’arte cristiana in Pavia, tuttora esistente. Lo scopo era salvare questa basilica dalla rovina.
La loro opera, unita a quella dei vescovi di Pavia e degli agostiniani, ha portato alla riapertura della basilica al culto. La storia moderna della basilica inizia, quindi, nel 1900 quando noi tornammo e il corpo di sant’Agostino fu definitivamente riportato qui.
Benedetto XVI è molto devoto di Sant’Agostino. Alcuni, però, fanno fatica a capire l’incidenza di questo grande santo nel mondo moderno. Come spiega lei la sua attualità?
Sant’Agostino è morto nel 430. È lontano da noi la bellezza di sedici secoli! Perché è un santo che ha una grande attualità, un grande fascino? Credo che il segreto stia proprio nella sua vicenda umana. Il fatto stesso che lui, fin da ragazzo, abbia avuto questo grande desiderio di cercare la verità e che non si sia accontentato d’una vita di successo, piena di benessere materiale e di amicizie. Nonostante egli avessi tutto questo, sentiva il bisogno di cercare un’altra cosa. Era una sete di felicità che aveva nel cuore.
E la bellezza di Agostino, che lo rende così contemporaneo, è che tutta questa sua ricerca interiore egli ha saputo poi esprimerla, ha saputo poi donarla, nei suoi scritti. Per cui noi abbiamo in lui, forse, il primo che esplora così in profondità l’interiorità dell’essere umano. Quasi un antesignano della moderna psicologia.
Questo, credo, è un motivo principale della sua perenne attualità. Si dice che ogni giorno venga pubblicato un libro su di lui.
Oltre a questo c’è il fatto che egli è Padre della Chiesa. Da pecorella smarrita, lui è diventato buon pastore. Egli stesso dice che è passato attraverso l’esperienza del figliol prodigo, che esperimenta questa misericordia del padre nei suoi confronti. Poi diventa fratello che invita gli altri a cercare la verità. Grande vescovo, grande Dottore della Chiesa, che oggi, insieme agli altri Padri, viene riscoperto.