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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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E' uscito il numero 71 di Gennaio

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Inno vivente di lode a Dio e alle creature

Forse nessuno ha meglio compreso tutta l’unità dell’ordine dell’Universo come specchio del Creatore e nessuno ha costruito un palazzo di parole e concetti così formidabile. Ecco il perché il suo insegnamento ancora ci raggiunge con straordinaria immediatezza.

di Juan Miguel Montes


Secondo il saggista e storico inglese Garry Wills – che ha intrapreso la notevole fatica di versare l’oceano in un piccolo buco nella sabbia, cioè, fare un denso ritratto di sant’Agostino in un libro di appena 150 pagine –, il termine adottato per la celeberrima opera Le Confessioni non vuol dire confessare i peccati come si fa in un confessionale, ma testimoniare (confiteri), come fanno le tribù d’Israele quando salgono a Gerusalemme a lodare e manifestare Dio.

La tesi sembra solida perché sia in questo suo libro che in tanti altri suoi scritti, il dottore d’Ippona si lascia sempre trascinare dall’entusiasmo che finisce in un grande inno di lode per il Creatore e per il Verbo Incarnato, il quale egli vede sempre riflesso, in modo diretto e indiretto, nelle sue creature e nelle vicende storiche.

Davanti ad un falso bivio

Sant’Agostino abbraccia l’idea di un Dio che non può essere completamente alieno alle meraviglie materiali dell’universo se ha deciso di intervenire nella Storia in forma corporale, rigettando così in radice la falsa alternativa: o il panteismo neoplatonico che tende ad adorare le creature o l’odio della materia proprio alle eresie gnostiche e manichee. Un falso bivio che si presenta già nei primi secoli e si riaffaccia di continuo nella storia degli uomini.

La gloria dei vermi

Per lui Dio è sempre presente nella natura e fa un miracolo ad ogni istante: la risurrezione di Lazzazo è, per così dire, un “miracolo rapido”, ma non meno miracolosa è la risurrezione di ogni primavera. Le meraviglie della natura lo riempiono di stupore.

Wills asserisce che «l’ultimo libro della Città di Dio è un lungo succedersi di “oh” e di “ah” di fronte alle sorprese della creazione, accenni alla grande sorpresa che avremo in Paradiso». È questo uomo pieno di senso del meraviglioso nel creato, dal più piccolo al più grande, dai sassi alle stelle, che ci dice: «Posso declamare in tutto il suo splendore le glorie di un verme, quando osservo la sua iridescenza, la sua perfetta rotondità corporale, l’interazione che esiste fra i suoi estremi e la sua metà, fra la sua metà e i suoi estremi, il tutto contribuendo alla spinta verso l’unità, in modo che non c’e parte alcuna in questa più bassa delle creature che non corrisponda a un’altra parte, (…) dando testimonianza dell’unità creativa che regge tutta la natura» (La Vera Religione, 77).

Tutto serve a sant’Agostino – un rumore o un colore, un oggetto animato o inanimato – per descrivere l’ordine dell’universo, in un continuo esercizio di trascendenza verso Dio. Un Dio infinitamente e sostanzialmente diverso delle creature, eppure riflesso in esse. Siamo di fronte al capovolgimento totale dell’idea manichea per cui la carne e la materia sono realtà dalle quali scappare al fine di raggiungere l’Eterna Saggezza. È l’Eterna Saggezza invece che ha voluto farsi carne in Gesù Cristo.

Un palazzo fatto di parole

«Il creatore dell’uomo si è fatto uomo affinché, egli, reggente delle stelle, possa nutrirsi dal seno materno; che il Pane possa patire fame, la Sorgente possa patire sete, la Luce possa addormentarsi; la Strada possa esaurire il suo percorso; la verità possa essere accusata di falsa testimonianza; il Maestro possa essere messo sotto la frusta; la Forza possa indebolirsi; il Guaritore possa essere ferito; la Vita possa morire» (Sermone 191.1).

Ecco che vuol dire che il Verbo si è fatto carne; eppure sant’Agostino affermava che «mi rattrista il fatto che la mia lingua non sia all’altezza del mio cuore».
Per questo Wills può concludere nel suo bello studio su questo padre della Chiesa che: «egli ha passato la sua intera vita a costruire un palazzo di parole in cui ha abitato, questo retorico antiretorico che tuttavia ha visto il Verbo Divino riflesso in ogni parola che l’uomo sia capace di dire, scrivere e persino mentalmente formulare…». Egli ha usato le parole «in modo che ancora oggi ci raggiungono, con straordinaria immediatezza».

Le due città    

Quando Roma cade nel 410 sant’Agostino scrive la Città di Dio per spiegare che nessuna civiltà terrena può identificarsi interamente con l’opera di Dio. Così, paradossalmente, incoraggia un’umanità sprofondata nello smarrimento della fine delle sue certezze alla ricerca, dal profondo dell’abisso in cui è precipitato, della perfezione eterna che prima o poi ridonderà nella ricerca di una civiltà migliore.

 Roma non è stata la città ideale e anche la Chiesa che milita in terra è soggetta alle debolezze dei suoi membri. Nella terra cresce la zizzania assieme al grano e solo nella Gerusalemme celeste si separeranno del tutto entrambe le cose. Perciò nella Chiesa, contrariamente alla concezione donatista da egli radicalmente combattuta, ci potranno stare di diritto i peccatori e non solo i santi: «L’uomo che non riesci a raddrizzare continua comunque ad appartenerti, egli è parte di te; o come prossimo o, molto spesso, come membro della tua chiesa, egli è in te. Cosa farai dunque?».

L’osservazione e ammirazione di sua santa madre Monica lo porterà a comprendere che la saggezza cattolica non è appannaggio dei soli colti ma anche dei semplici.
La città di Dio, cioè, la città del Amore di Dio, sarà fino al Giudizio Finale in perenne lotta con la città dell’Uomo, la città dell’amore proprio, e viceversa. Ma anche in questa terra si deve aspirare al massimo del riflesso del Creatore sulle istituzioni e sulle strutture umane: “sia fatta la tua volontà come in Cielo, così in terra”.

Alla base di un mondo nuovo

A volte, in questa prospettiva, per sant’Agostino la guerra sarà necessaria per la pace, combattuta però col minimo possibile di violenza. Le punizione saranno auspicabili, se si fondano sulla carità; solo così si comprenderà il suo “ama et quos vis fac”, che certo non è un manifesto sessantottino.

L’inganno non potrà mai servire bene né la più buona né la più religiosa delle cause. La lealtà e l’onestà intellettuale stanno alla base del relazionarsi degli uomini con Dio e con gli altri uomini. Su queste semplici ma formidabili fondamenta, Agostino lancia i principi cristiani animatori del nuovo mondo che sorgerà dalle macerie del mondo antico.
Perciò è stato da alcuni autori considerato il vero fondatore della Cristianità in arrivo, più di san Benedetto o san Gregorio Magno, più di Carlomagno. La vigorosa struttura mentale di Sant’Agostino è un’autentica radice cristiana alla base dell’albero della rinascente civiltà dell’Occidente.

Un altro importante biografo di sant’Agostino, Peter Brown, ci dice che egli, nel mezzo del naufragio del mondo antico e con grande preveggenza, «paragonava la Chiesa ad un erede che si accingeva a prendere possesso di una vasta proprietà», e perciò sgridava l’atteggiamento ridicolamente esclusivista dei donatisti: «Le nuvole tuonano che la Casa del Signore sarà edificata su tutta la terra, e queste rane se ne stanno sedute ai bordi dei loro stagni a gracidare: “Noi soli siamo cristiani!» (Enarr. in Ps., 95-11).

Forza del metodo agostiniano di osservazione

L’alimentare l’amore di Dio mediante i segni della realtà visibile e materiale, una scuola che presta la massima attenzione non solo alla natura ma anche agli ambienti, ai costumi e alle civiltà, fa dire al santo di Ippona che «quando l’anima è messa davanti ai segni materiali di realtà spirituali e procede da essi alle cose che essi rappresentano, acquista forza proprio dall’atto di passare dagli une alle altre come la fiamma di una torcia, che brucia tanto più luminosamente quanto più si muove» (Ep.55, 11.21). 

Alla fine sant’Agostino anziano e stanco, racconta Brown, volle nominare il presbitero Eraclio suo successore alla sede d’Ippona. Egli doveva dedicarsi a mettere ordine nei suoi scritti, suddivisi in 93 opere, 232 piccoli volumi, innumerevoli buste riempite dei suoi sermoni raccolti dagli stenografi. Dopo che prese atto di questa decisone, Eraclio si fece avanti per predicare al popolo tenendo alle spalle il santo seduto sulla cattedra. Esordì con queste parole: «Il grillo stride, il cigno tace».

(RC n. 27 - Ago/Set 2007)