Il prezioso Registro 578, conservato nell’Archivio Segreto Vaticano, contiene la corrispondenza intercorsa fra Papa Sisto IV (1471-1484) e il Principe o Voivoda di Moldavia Stefano il Grande (1433/’35-1504). Si tratta di un documento di grande interesse storico in quanto attesta le ottime relazioni tra la Santa Sede ed il Principato di Moldavia alla fine del Quattrocento, quando alle frontiere dell’Europa cristiana premevano gli Ottomani.
“Defensor Christianitatis”
Stefano il Grande, in romeno Stefan cel Mare, è santo per la Chiesa ortodossa (lo si ricorda il 2 luglio), ma anche nella memoria storica dei cattolici dovrebbe occupare un ruolo significativo. Egli infatti per lo straordinario coraggio meritò da Papa Sisto IV gli appellativi di “Atleta di Cristo” e “difensore della Cristianità”. Definizioni quanto mai doverose, come vedremo.
Stefano il Grande, figlio del Principe Bogdan Muşat di Moldavia, regione orientale dell’odierna Romania, condivisa con la confinante Repubblica Moldova, e di Maria-Malina Oltea, non fu solo un coraggioso soldato ma uno dei più grandi uomini politici della storia romena, strenuo difensore della fede cristiana.
Nato a Borzesti intorno al 1433-1435, con l’aiuto del Principe di Valacchia Vlad III Tepes detto l’Impalatore, si assicurò il Trono moldavo nel 1457, quattro anni dopo la caduta di Costantinopoli in mano turca.
La Moldavia era diventata un principato indipendente nel 1359 con il voivoda Bogdan I, originario della Transilvania, il quale dichiarò l’indipendenza dagli Angioini, Re di Ungheria, diventando il primo reggente della Moldavia (1359-1365).
Anche Stefano il Grande fu un fiero sostenitore dell’indipendenza moldava, e, minacciato dai potenti Paesi vicini, respinse gli invasori ungheresi nel 1467 ed invase la Valacchia nel 1471, per liberarla dal vassallaggio ottomano.
Il 25 gennaio 1475 egli si rivolse ai sovrani cristiani d’Europa, ribadendo quanto il suo Paese stesse facendo nella difesa dell’intero continente: «Il nostro Paese è la porta della Cristianità, finora difesa con l’aiuto del Signore, ma se questa porta sarà persa, che Dio ci guardi, tutta la Cristianità sarà in grande pericolo».
Quando il Sultano ottomano Maometto II attaccò la Moldavia, Stefano affrontò e sconfisse gli ottomani nei pressi di Vaslui nel 1475 ed a Valea Alba l’anno successivo. La Battaglia di Vaslui (nota anche come la Battaglia di Podul Înalt o la Battaglia di Racova), si combatté nel mese di gennaio 1475 vicino la città moldava di Vaslui, e oppose tra i 60 e i 120.000 ottomani a 40.000 moldavi, oltre a piccoli gruppi di mercenari presenti in entrambi gli schieramenti.
La sua impresa fu ancor più straordinaria, in quanto Stefano invano aveva chiesto l’aiuto dalle potenze europee contro l’Impero Ottomano, e la sua determinazione nel “tagliare il braccio destro ai pagani” lo avrebbe reso assai celebre anche in Occidente.
Difensore dell’indipendenza moldava
Dopo il 1484 Stefano dovette contrastare non solo la minaccia ottomana, ma anche i progetti polacchi ed ungheresi di spartizione della Moldavia. Negli ultimi decenni del suo regno i turchi incrementarono la pressione sulla Moldavia. Gli ottomani avevano conquistato nel 1484 i porti strategici sul Mar Nero e nel 1485 misero a fuoco la capitale moldava Suceava.
Stefano ottenne una vittoria a Scheia nel 1486, ma in seguito concentrò i suoi sforzi per assicurare l’indipendenza della Moldavia sul piano diplomatico. La situazione militare e politica venutasi a creare lo obbligò a concludere nel 1503 un accordo di pace con il sultano Beyazid II. Il sultano garantì l’indipendenza della Moldavia in cambio di un tributo annuale. Ricordiamo che i Principati di Valacchia e Moldavia, pur essendo sottoposti alla Sublime Porta, non fecero mai parte, come la restante Balcania, della “Casa dell’Islam”, ma continuarono a configurarsi come principati cristiani, retti con legge cristiana da signori cristiani cui la Porta si rivolgeva utilizzando le medesime formule protocollari previste per i sovrani della Cristianità occidentale.
Difensore della cultura
Il lungo regno di Stefano il Grande fu anche caratterizzato da un fiorente sviluppo artistico e culturale. Almeno 44 chiese e monasteri vennero eretti per volontà del grande Principe in ricordo di ciascuna battaglia vinta ed alcuni di essi sono patrimonio dell’UNESCO.
Ricordiamo su tutti il celebre Monastero di Voronet, nei pressi di Suceava. Nel 1488 Stefano ne ordinò la costruzione per ricordare la vittoria sui turchi del 1475. I lavori iniziarono il 26 maggio e si conclusero in meno di quattro mesi, il 14 settembre. Nel 1547 furono aggiunti numerosi affreschi esterni per ordine del metropolita Gregorio Rosca, realizzati secondo la tradizione dallo ieromonaco Gaurila. Essi, anche per la presenza del grande Giudizio Universale, sono noti come la Cappella Sistina d’Oriente. Il colore azzurro dei dipinti affascina da secoli i visitatori e si racconta che alla fine del XVI secolo l’Imperatore Rodolfo II d’Asburgo invano inviò due alchimisti per studiare e carpire il segreto del colore azzurro del monastero.
Stefano il Grande ebbe rapporti con l’Italia, in particolare con i dogi della Repubblica Veneta e alla sua corte fu medico curante Matteo da Murano. Inoltre l’azione predicatrice dei missionari francescani in Valacchia e Moldavia concorse alla conoscenza dei costumi romeni presso gli ambienti ecclesiastici. I missionari constatarono che nelle terre romene «si parlava quasi tutti in italiano». Tutto ciò favorì gli scambi culturali e nel Cinquecento molti giovani nobili romeni vennero educati in Italia.
Stefano il Grande morì il 2 luglio 1504 e fu sepolto nel Monastero di Putna, da lui fondato nel 1469 in Bucovina, regione settentrionale della Romania ai confini con l’Ucraina. Gli successe sul trono il figlio Petru Rares. Durante il suo lungo regno la Moldavia era arrivata a costituire un vasto dominio che comprendeva il territorio tra i Carpazi a ovest, fiume Nistro a est, il Mar Nero a sud, e la Bucovina a nord.
Papa Giovanni Paolo II, durante il viaggio apostolico in Romania, nel maggio 1999, affermò appena sceso dall’aereo che lo aveva condotto a Bucarest: «Il seme del Vangelo, caduto in suolo fertile, ha prodotto nell’arco di questi due millenni numerosi frutti di santità e di martirio. Penso (…) al santo re Stefano, “un vero atleta della fede cristiana”, come lo definì il Papa Sisto IV».
(RC n. 27 - Ago/Set 2007)