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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Cristianesimo e secolarizzazione

Riportiamo ampi stralci del discorso tenuto dal card. Antonio Cañizares Llovera, Arcivescovo di Toledo e Primate di Spagna, al convegno “Cristianesimo e Secolarizzazione. Sfide per la Chiesa e per l’Europa”.

di Antonio Canizares Llovera

 Il condannare Dio al silenzio o abbandonarlo, confinarlo alla sola sfera del privato, elementi questi di una società secolarizzata come quella europea, è senz’altro il fatto fondamentale di questi tempi di disagio in Occidente.
Non c’è altra cosa che si possa paragonare a questa in termini di radicalità; neanche la perdita del senso morale, perdita che non è estranea a questa cultura secolarizzata e laicista. L’uomo può escludere Dio dall’ambito della sua vita personale e sociale o pubblica: ma ciò non può avvenire senza gravi conseguenze per l’uomo stesso e per la sua dignità come persona, per quei valori che sono base e fondamento della convivenza umana, e per tutti gli aspetti della vita.  

Gesù Cristo: affermazione di divinità e di umanità

Affermare Dio è affermare l’uomo. Mi rifaccio, con tutta semplicità, alla persona di Gesù Cristo, dato reale della nostra storia: tutta la sua esistenza, tutto il suo essere, tutto il suo operare, è manifestazione di Dio, ci rimanda a Dio; e tutta la sua persona è il “sì” più pieno ed incondizionato mai pronunciato da Dio a favore dell’uomo; tutta la persona di Cristo ci ha rivelato che Dio è Amore; il volto di Cristo è quello di Dio che ama l’uomo fino all’estremo e senza condizioni.
A partire da Gesù Cristo, Dio può essere affermato solo affermando l’uomo; mai al margine o a scapito dell’uomo; e l’uomo non può essere affermato o riconosciuto pienamente tenendo al margine Dio né, tanto meno, ponendosi in contrapposizione a Lui.  

La società secolarizzata e davvero fraterna?

(…) Non deve stupirci che una cultura da cui Dio venga ridotto al silenzio, una cultura della secolarizzazione, finisca con l’accompagnarsi ad una cultura della mancanza di solidarietà, benché abbia sempre sulla bocca la parola fraternità: come è noto, in virtù del dogma dell’Illuminismo, sul quale si fonda la cultura della secolarizzazione e del laicismo, per ottenere l’uguaglianza e la fraternità universale non si è esitato a versare sangue, reclamato dal conflitto tra i rivoluzionari, sostenitori della “fraternità illuminata”.
La perdita delle radici dell’autentica ed universale fraternità – Dio Padre e Creatore, l’uomo amato e voluto da Dio, un Dio allo stesso tempo Creatore e fatto uomo – deriva dall’aver perduto o dall’aver trascurato la rivelazione del Dio cristiano (…)
La risposta può venire solo da una fede che arricchisca la ragione, mentre quest’ultima, abbandonata a se stessa ed autolimitata dalla stessa volontà di essere una ragione illuministica, si impoverisce e diventa conduttrice di una società senza futuro (Cfr. J. Ratzinger, La fraternità cristiana) (…)

La chiave del futuro: superare la frattura fra fede e ragione 

(…) Una delle motivazioni su cui alcuni fondano le loro tesi laiciste e secolarizzanti è la visione della fede come qualcosa che di per sé conduce alla discriminazione e all’esclusione; la nuova via di realizzare la convivenza tra gli uomini, si pensa, potrà solo venire dalla ragione illuminata che non tiene conto di Dio, e cerca il modo di arrivare ad un intendimento ragionevole e a una corretta organizzazione delle relazioni sociali basata sulla ragione illuminata, con le sue diverse forme ed espressioni, e sul consenso sociale. 

  Per la nuova convivenza, e conseguentemente per una nuova società, è necessario che si proponga un cambiamento culturale che ostacoli lo sprofondamento e la sconfitta di ciò che è umano, e l’intima frattura della società.

Il Papa Benedetto XVI, nella sua Enciclica Deus caritas est, offre strade nuove per il superamento delle aporie sociali nelle quali abbiamo vista e vediamo immersa la società dei nostri giorni, specialmente la società europea, per quanto riguarda la persona umana e l’organizzazione della società (pensiamo per un attimo alla fatidica ombra del nazionalsocialismo e del comunismo storico).  

  Teniamo in conto, inoltre, che uno degli elementi principali racchiusi nella secolarizzazione generalizzata del nostro tempo, sviluppata in quello che ho denominato “laicismo ideologico”, è la separazione tra fede e ragione. L’armonia o la rottura tra fede e ragione è una questione che viene da lontano, e che è diventata specialmente urgente sia di fronte al problema di una nuova convivenza e società, sia di fronte alle domande, ai richiami e alle esigenze della modernità, posti dalla cultura secolarizzata e secolarizzante dell’Illuminismo.  

Un rimedio davanti all’oscurarsi dell’Europa

 Alla luce di queste considerazioni, è urgente dare il primato all’armonia di fede-ragione, ostacolata da una cultura e da una società affranta di scetticismo radicale. Solo così si potrà evitare che l’umanità si perda e possa, invece, progredire per le strade di una nuova comprensione e convivenza solidale (…)
Benedetto XVI [a Ratisbona] richiamando somma attenzione all’intima ed amichevole relazione tra la fede e la ragione, ed al superamento della mentalità secolarista dell’ideologia laicista, invita i responsabili della società a non chiudere gli occhi – cosa che fanno per non dover accettare proposte razionali e anche spirituali e religiose – di fronte all’oscurarsi dell’Europa, alla decadenza e fine di una civiltà, al crollo demografico, alla crisi del diritto e della giustizia che sono accettati come fondamenti di una debole ed instabile convivenza.

Benedetto XVI va però ancora più lontano. La necessaria ed urgente chiamata a mettere Dio al centro della società, in armonia con la ragione, affinché la convivenza umana non si trasformi in un problema cronico ed insolubile, implica di non rinunciare alla professione esplicita che la garanzia di ogni convivenza ed accordo fra gli uomini è l’agire secondo ragione, e questo accade quando si agisce in modo conforme alla natura di Dio.
Esiliare Dio è annunciare l’esilio della ragione, è consegnarsi all’arbitrato dell’irrazionalità. La lezione di Ratisbona evoca, in molti dei suoi passaggi, i problemi che devono essere ripensati per una giusta organizzazione della società: la connessione tra libertà individuale e giustizia sociale, la coscienza e la verità, democrazia e Stato in mezzo ad una cultura relativistica, i pericoli del soggettivismo e del potere, l’educazione, la famiglia, le questioni relative alla vita, il confessionalismo laicista, ecc. (…)

Questo superamento si rivelava [si rivela] tanto più necessario ed urgente di fronte alla vigorosa apparizione dell’Islam in Europa; Islam che non separa la dimensione religiosa da quella politica, sia nell’ambito privato come in quello pubblico. 

L’armonia fede-ragione: baluardo dell’Occidente

(…) Non può esservi maggiore difesa dell’uomo, non si può avere maggiore difesa dell’umanità tutta, non può esistere una più grande difesa dell’Occidente della difesa del “logos”, della ragione, che non solo non ha contrapposizione nella fede, ma, al contrario, si vede incoraggiata ed allargata dalla fede.

Non può esistere alcuna contrapposizione, né divergenza tra la fede cristiana e la ragione umana; perché entrambe, nella loro distinzione, sono unite nella verità, entrambe svolgono un ruolo al servizio della verità, entrambe trovano il loro fondamento originario nella verità.

La separazione portata all’estremo tra la fede e la ragione, e l’eliminazione della questione sulla verità – assoluta ed incondizionata – della ricerca culturale e del sapere razionale dell’uomo, sono due delle questioni più gravi nel nostro tempo, in Occidente e in Europa. L’Occidente, l’Europa, corrono pericolo a causa di queste separazioni e contrapposizioni. 

Europa, quo vadis? 

  Per concludere: la secolarizzazione ed il laicismo comportano una vera sfida per la Chiesa e per l’Europa. È una sfida che comporta una domanda: verso dove sta camminando l’Europa? Dalla riflessione che veniamo facendo, c’è un aspetto che vorrei in questo momento sottolineare.
L’Europa, come concetto culturale e storico, come “avvenimento” dello spirito per l’incontro tra i “logos” greco ed il “Logos” divino che si è fatto carne, è culla e dimora delle idee di persona, verità e libertà, cioè della dignità umana.
Indipendentemente da altre questioni ed analisi, ora ci chiediamo cosa possa riservarci il futuro dell’Europa e come essa sarà capace di mantenere la sua identità profonda attraverso i cambiamenti storici.

Ci si presenta, dunque, l’ineludibile compito di edificare su quello che oggi – e domani – promette di mantenere la dignità umana e un’esistenza conforme ad essa. Non qualunque tipo di costruzione che possa realizzarsi equivale di per sé ad un futuro europeo; un futuro ci sarà solo se verranno salvaguardate quella dignità e quell’esistenza conformi ad essa (…)

Benedetto XVI ha dichiarato recentemente, con la chiarezza che lo contraddistingue: «non si può pensare di edificare un’autentica “casa comune”, trascurando l’identità propria dei Paesi del nostro continente. Si tratta, in realtà, di un’identità storica, culturale e morale, prima che geografica, economica o politica; un’identità costruita da un insieme di valori universali che il cristianesimo ha contribuito a forgiare, svolgendo in questo modo un ruolo non solo storico, bensì di fondamento stesso per l’Europa».

Tutte le utopie europee si sono sgretolate

  È chiaro, per esempio, che non possiamo edificare “la casa comune europea”, come pretese di fare il marxismo nei paesi del socialismo reale, su concezioni nelle quali lo spirito sia considerato come prodotto della materia; o in quelli dove la morale sia considerata come prodotto delle circostanze, definita e posta in pratica secondo i fini della società; o in quelli dove si stimi che tutto vaga o sia morale perché serve a raggiungere lo stato finale “felice” e il progresso di quella stessa società. Tutto ciò culminò con la perversione dei valori che avevano costruito l’Europa; e quei sistemi caddero, sbriciolandosi. 

E in pezzi potrebbe sgretolarsi anche l’Europa se non vi fossero più valori indipendenti dal fine del progresso. A partire da là, in un momento dato, tutto potrebbe divenire permesso o anche essere stimato necessario, e perfino “morale” in un nuovo senso.
Non sta già forse accadendo questo, in alcuni campi? Non si sta già predicando a favore di questo, e addirittura promulgando leggi secondo questa linea? Dietro a ciò, in effetti, oltre ad un pragmatismo brutale, ad un relativismo radicale e ad un laicismo esclusivo e ideologico, sta il disprezzo dell’essere umano, della sua verità, sta la subordinazione della morale alle necessità del sistema e alle sue ambizioni per il futuro; sta la svalutazione e la rottura della relazione tra la fede e la ragione. E queste sono le condizioni per il fallimento dell’umanità, la vera rovina che è la desolazione degli spiriti, la distruzione della coscienza morale.

Perché l’Europa possa continuare a fare la sua storia  

È necessario costruire [l’Europa] sulla possibilità di una risposta alle questioni di fondo che hanno scosso drammaticamente, negli ultimi secoli, la cultura europea. Per ciò è necessario ricordare ed esigere che la dignità umana abbia validità prima di qualsiasi azione e decisione politica. Questo è decisivo per il futuro dell’Europa e degli europei.
Per questo motivo, ridurre ciò che è cristiano e la fede all’intimità, come si pretende, è avviare l’Europa alla disgregazione, è spingerla verso la condizione di non poter più fare la sua storia. 
    

(RC n. 27 - Ago/Set 2007)