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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Ottocento volte no

I martiri di Otranto segnarono una delle più gloriose pagine di coraggio e fede della storia cristiana in risposta alla brutale violenza islamica.

di Gianandrea de Antonellis

Ottocento volte “no”, dissero gli abitanti di Otranto ai turchi invasori. Lo dissero a voce alta e pagarono con la loro stessa vita. “Ci siamo battuti per difendere i nostri beni, adesso occorre battersi per Gesù Cristo e per salvare le nostre anime!”: con queste coraggiose parole il popolano Antonio Primaldo Pezzulla (era sarto o cimatore di lana), uomo assai pio, incitò i suoi concittadini a non abiurare la fede cristiana.


E non fu il solo a respingere il Corano. L’intera popolazione lo seguì, rifiutando di piegarsi al ricatto: uomini e donne, giovani e anziani, senza distinzione. Vennero ammassati sul vicino colle della Minerva, ove oggi si erige la chiesa di santa Maria dei Martiri e, uno ad uno, decapitati.
A ogni “no” corrispondeva una testa mozzata. Si narra che persino il boia, dopo tre giorni di mattanza, con le gambe che affondavano fino alle caviglie nella terra, trasformata in fango dal sangue versato dai martiri, rimanesse così colpito da tanta forza spirituale che alla fine si dichiarò cristiano e per tale ammissione subì a sua volta il martirio, venendo impalato.


Ma cosa era successo? Lo leggiamo su una lapide murata nella chiesa di san Francesco da Paola, dettata come se a parlare fosse la stessa bianca cittadina pugliese: «Nell’anno 1480 vivevo tranquilla e dimenticata. Quando sull’alba del 28 di luglio mi vidi cinta da naviglio e da schiere ottomane. Mi intimarono la resa a buoni patti: li rifiutai».
Da martire, l’umiltà vieta alla stessa Otranto di celebrare encomiasticamente il proprio martirio. Ma noi dobbiamo, invece, rievocare quei terribili giorni dell’agosto di cinquecento anni fa.

 

Una battaglia impari


Il comando militare si rese conto che ogni difesa sarebbe stata inutile, ma i notabili della cittadina insistettero per resistere: arrendersi, ben lo sapevano, avrebbe comportato la perdita di ogni diritto civile e commerciale. Una volta distrutto l’abitato, nessuna nave avrebbe mai utilizzato il porto come scalo sicuro e l’economia locale sarebbe crollata; inoltre lasciare passare i turchi in Puglia avrebbe significato aprire alla Sublime Porta l’accesso all’Italia meridionale.

I principali responsabili della vita ottantina – il governatore Francesco Zurlo, il baglivo Ladislao De Marco e l’arcivescovo Stefano Agricoli (secondo alcuni storici si chiamava Stefano Pendinelli), mossi da propositi diversi ma convergenti nella finalità – presero la disperata decisione di opporsi al nemico sbarrando le porte e apprestandosi alla difesa. “Dietro le mura ci sono i petti dei cittadini”, fu la loro risposta.
E sostenevano il vero perché, dopo le prime avvisaglie di lotta impossibile, una parte della guarnigione abbandonò le posizioni disperdendosi nelle campagne: i soldati temevano (e non a torto) che gli aiuti richiesti al Re Ferdinando d’Aragona non avrebbero mai potuto giungere in tempo debito per ricacciare gli assalitori.

La difesa di Otranto venne così portata avanti, in pratica, dalla sola popolazione. E durò fin troppo: due settimane di disperata resistenza. La capitolazione avvenne l’11 agosto.


Atrocità che non possono essere dimenticate


I turchi dilagarono per le strette vie della cittadina spogliandola di ogni bene e compiacendosi nelle atrocità che ogni esercito vincitore compie di consueto a danno degli sconfitti, trasformando per spregio la Cattedrale in stalla, riducendo in schiavitù le persone abili (la popolazione era peraltro stata decimata dai bombardamenti), distruggendo il monastero di San Nicola di Casole, che ospitava allora una delle biblioteche più ricche d’Europa ed infierendo brutalmente sull’arcivescovo (massacrato mentre pregava in ginocchio) e sul comandante della guarnigione (segato vivo).

Ma i musulmani non si limitarono all’aspetto materiale: pretesero che vi fosse la conversione in massa degli abitanti cristiani all’islam, conversione da accompagnare – per dimostrare la concretezza del passaggio – con grosse somme di danaro e preziosi, una sorta di riscatto ideologico da pagare in natura.
Qualcuno cedette all’imposizione ed iniziò a versare la nuova tassa, senza ancora abiurare la propria fede, ma la maggioranza, poverissima e affamata, non pensò neppure un istante di assoggettarsi alle richieste turche: salvare le proprie anime, dopo aver difeso i propri beni, era il principale obiettivo degli Otrantini.

Ed uno di essi, appunto Antonio Primaldo Pezzulla, all’imposizione turca, rispose coraggiosamente: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il Pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui”. Ottocento volte “no”!

 

Una difficile riconquista

Passarono diversi mesi prima che si riuscisse a organizzare una flotta e un esercito da poter impiegare nella riconquista della cittadina pugliese, ma a risolvere la situazione dovette intervenire un elemento provvidenziale: la morte, a soli cinquantadue anni, di Maometto II, avvenuta tra il 3 e il 4 maggio 1481, con le conseguenti lotte per la successione tra i figli e una crisi per l’Impero turco, che ebbe come conseguenza il richiamo in patria di Achmet.
A Otranto l’esercito turco, orfano di un brillante comandante privo di rinforzi e pressato dagli eserciti e dalle milizie cristiane, subì il 23 agosto un violentissimo attacco che provocò nelle due parti notevoli perdite umane: i turchi furono costretti a cedere e ad accettare una resa dignitosa.
Il 10 settembre 1481 la città venne riconsegnata ad Alfonso di Calabria, che lasciò tornare a Valona i nemici concedendo loro – con abissale differenza rispetto a quanto era successo un anno prima – l’onore delle armi.


Sisto IV avrebbe voluto che l’esercito cristiano proseguisse, approfittando delle discordie interne all’Impero turco, per conquistare Valona (obiettivo facilmente raggiungibile) e spingersi fino a Costantinopoli (obiettivo molto più ambizioso), ma comandante genovese Paolo Fregoso, già arcivescovo, cardinale, doge e corsaro, si oppose, portando in breve allo scioglimento dell’esercito.
Intanto, nella memoria collettiva restava l’epopea degli Ottocento Martiri.

 
Un martirio senza precedenti


I corpi degli ottocento martiri, molti dei quali vennero tagliati in due e ricuciti metà uomo e metà donna, rimasero a lungo esposti lungo le mura della città prima che i turchi consentissero il seppellimento. Quando, il 13 ottobre 1481, i corpi degli Otrantini trucidati furono trovati incorrotti da Alfonso d’Aragona, Duca di Calabria e futuro Re di Napoli, vennero traslati nella Cattedrale.

Il Re di Napoli fu così sconvolto da quanto aveva visto che a più riprese trasferì anche a Napoli, a partire dal 1485, una parte dei resti di quei martiri, custodendoli prima in una chiesa chiamata Santa Maria dei Martiri e successivamente nella chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove furono collocati sotto l’altare della Madonna del Rosario (sorta per ricordare la vittoria delle truppe cristiane sugli ottomani nella famosa battaglia di Lepanto) e successivamente nella cappella delle reliquie.

Il 14 dicembre 1771 papa Clemente XIV dichiarò Beati i Martiri di Otranto. Attualmente le ossa di 560 martiri sono custodite a Otranto in una cappella sulla destra della cattedrale romanica; quelle degli altri 240 giustiziati si trovano in santa Caterina a Formiello a Napoli.
Otranto sarebbe stata ricostruita negli anni successivi, ma le vicissitudini belliche videro il suo primato nel Salento cedere di fronte allo splendore di Lecce. Il suo nome è comunque rimasto sempre legato al martirio dei suoi ottocento abitanti che ricorderanno in eterno il momento più difficile della lotta in Italia contro i  musulmani.

I turchi in Puglia oggi avrebbero significato i turchi a Napoli e a Roma domani: dopo la conquista di Costantinopoli la potenza ottomana sembrava inarrestabile. Sia Sisto IV che Ferrante d’Aragona era ben consci di ciò, ma rimasero pressoché isolati: infatti, al momento di realizzare la crociata sopraggiunse una serie di defezioni: Venezia, avendo nel 1479 appena terminato la guerra con un trattato della durata di sedici anni che dietro pagamento di tributi nell’ordine di 10.000 ducati annui le garantiva la possibilità di proseguire i suoi traffici in Oriente, non rispose all’appello.

Bologna era propensa ad armare al massimo una sola trireme. Lorenzo il Magnifico, nemico del Pontefice e del Re di Napoli, fece beffardamente coniare una medaglia celebrativa della vittoria di Achmet Pashà, comandante delle truppe musulmane. Il Re d’Inghilterra si ritirò; i Principi tedeschi si defilarono e Luigi XI di Francia nicchiò.
Punta estrema ad oriente del Regno di Napoli, a meno di cento chilometri dall’Albania, caduta definitivamente un anno prima sotto il giogo turco, Otranto era presidiata da truppe napoletane e spagnole: ma soli 400 soldati non avrebbero potuto fronteggiare un’armata che allineava 100 galee sul filo dell’orizzonte. (RC n. 36 - Luglio 2008)