Clicca per andare alla Home Page

Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
Vai ai contenuti di questo numero

E' uscito il numero 71 di Gennaio

EditorialiAttualità, Politica e SocietàSpecialiDossierNotizie dal mondoFede, Morale e TeologiaScienzaStoriaTesori d'ItaliaTesori d'EuropaArte e CulturaLettureLettereAgenda
home la rivista archivio copia omaggio abbonamenti contatti

Un secolo di pittura partenopea

Nel '600 Napoli conquistò la Corte dei Medici

La Galleria degli Uffizi a Firenze ospita fino a gennaio 2008 una mostra sulla pittura napoletana del Seicento presente nelle collezioni della famiglia fiorentina dei Medici. Tale patrimonio, di proprietà della Galleria, è solo parzialmente esposto nelle sale permanenti e finora non è mai stato riunito in modo organico.

di Michela Gianfranceschi

«Filosofico umore» e «maravigliosa speditezza» è il suggestivo sottotitolo della mostra inaugurata a giugno nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Le parole sono del biografo Filippo Baldinucci, vissuto nel XVII secolo, e si riferiscono alle virtù particolari di due grandi pittori napoletani dell’epoca: rispettivamente Salvator Rosa, il filosofo, e Luca Giordano, anche soprannominato Luca “Fapresto” per la propria “speditezza” nel dipingere.
Questi artisti, insieme ad altri esponenti della pittura partenopea a Firenze, determinarono una grande occasione di dialogo tra culture artistiche regionali.

Intermediari della cultura


L’interessante studio condotto negli ultimi anni da Elena Fumagalli sugli inventari della famiglia medicea permette di ricostruire le vicende di molte opere entrate a far parte delle collezioni. Sono citati gli artisti, le committenze e i numerosi intermediari che permettevano un efficace passaggio di notizie.
Come oggi alcune banche sponsorizzano e organizzano eventi culturali (come si dice attualmente), allo stesso modo quattro secoli fa gli uomini che appartenevano al mondo del commercio si occupavano anche di mantenere contatti con gli artisti per l’acquisizione di opere. Spesso poi diventavano loro stessi collezionisti.
Tra i più noti nomi dell’epoca in questo campo ricorrono quelli di Lorenzo e Andrea Del Rosso, possessori di una banca nel viceregno e attivi anche nei rapporti internazionali e quello di Santi Maria Cella, fiorentino trasferitosi a Napoli dove si arricchì come cambia valute.
Cosimo del Sera, appartenente a una famiglia di mercanti con interessi a Firenze, Napoli e Sicilia, scriveva così alla Corte granducale a proposito del pittore attivo a Napoli Giuseppe Ribera: «Ci è uno spagnuolo che, al gusto mio, è molto meglio [di un altro artista citato nella prima parte della lettera] (…) et a questo non manca bizzarria e buone invenzioni (…) e se fusse costà un certo pittoretto gobbo di questi paesi chiamato Giovambattistello non è a proposito informarsi da lui, perché sono poco amici».
Il mercante riveste dunque il ruolo dello scopritore di talenti, di diffusore di notizie ai piani nobili, ma anche di confidente e conoscitore di aneddoti. È un uomo che vive nel mondo e permette alle classi sociali di intersecarsi per concludere affari.

Caravaggismo partenopeo


Battistello Caracciolo (1578-1635), pittore napoletano, andando a Genova dove era stato chiamato per una decorazione dal principe Marcantonio Doria, si fermò alla corte fiorentina e vi lavorò per un certo tempo. Era il 1618.
Il cosiddetto caravaggismo presente nel suo modo di dipingere, nella scelta dei colori e delle ombre, nelle figure che emergono da un fondo non identificabile creando un forte contrasto di colori, fecero apprezzare la sua arte a Firenze. In quel periodo egli lavorò soprattutto con il ritratto, pur componendo opere di grave cadenza religiosa quali il Riposo nella fuga in Egitto e la drammatica Salomè, entrambi citati negli inventari granducali.
Dopo Battistello, come si è visto, passò per la corte medicea lo spagnolo Ribera (1591-1652) lasciando traccia nelle collezioni con i suoi apostoli e santi martirizzati o in ascesi, i cui corpi lunari e cadenti si stagliano contro il nero degli sfondi.


A palazzo Pitti è conservato Il martirio di San Bartolomeo, opera di eccezionale forza che mostra contrapposte le due figure del Santo in attesa del martirio e quella del suo carnefice. Il primo con il corpo nudo, rugoso e bagnato di luce, l’altro scuro e minaccioso nell’angolo. E in primo piano compare a terra in frantumi l’idolo pagano sdegnato da Bartolomeo.
I colori scuri, le ombre pesanti spezzate da colori brillanti, e l’atmosfera delicata e drammatica allo stesso tempo sono elementi presenti anche nell’unica opera “fiorentina” del napoletano Massimo Stanzione (1585 circa-1656), l’Annunciazione realizzata nel 1630 circa per la chiesa di Santo Stefano e Santa Cecilia al Ponte.


La pittura evocativa, le iconografie cariche di simboli e significati reconditi furono sempre apprezzate dalla cultura fiorentina, pronta ad accogliere tra il 1640 e il 1648 uno dei più grandi e insondabili pittori secenteschi: il napoletano Salvator Rosa (1615-1673).

Il «filosofico umore»



Il Rosa fu inoltre appassionato di poesia e amava circondarsi di letterati, tanto che a Firenze, dove fu ben accolto, fondò l’accademia dei Percossi, i cui membri scrivevano prosa e poesia e allestivano testi teatrali.
Le opere che l’artista dipinse per il principe Giovan Carlo de’ Medici rappresentano battaglie, marine, paesaggi rocciosi, ponti rotti. Tutte hanno una forte componente evocativa di mondi magici. Le atmosfere sfumate creano un tempo sospeso in cui le figure fluttuano senza sosta. Il Baldinucci gli riconosceva il «bel genio pittoresco» e i suoi paesaggi infatti ebbero grande fortuna.

La «maravigliosa speditezza»



Il pittore giunse perciò in città preceduto dalla fama e cominciò subito a lavorare introdotto dagli amici alla corte di Cosimo III. Alcuni lavori li sottrasse a Ciro Ferri, allievo di Pietro da Cortona, il quale, troppo oberato di richieste, era costretto a rimandare eccessivamente i lavori a vantaggio del rivale.
Luca Giordano non solo aveva premura di accettare e condurre a termine più lavori possibile, ma aveva il raro dono della velocità unita alla maestria. Nella vita del pittore Carlo Dolci redatta da Filippo Baldinucci è riportato un giudizio del Giordano al Dolci che lo ospitava nel 1682: «se tu seguiti a far così, dico, se tu impieghi tanto tempo a condurre tue opere (…) io credo al certo che tu ti morrai di fame».


La facilità e la naturalezza della pittura del napoletano sono qualità evidenti nelle opere religiose, come in quelle allegoriche, come nei ritratti. L’Autoritratto conservato nelle collezioni medicee, racchiude nella sua icastica semplicità una meravigliosa potenza espressiva. E altrettanto belle e fluide sono le figure del mito e delle vicende storiche e religiose rappresentate nelle numerose tele della raccolta, in composizioni articolate con molte figure e scorci prospettici, eppure dotate di una aggraziata sintesi di forme.


La presenza di Luca Giordano (1634-1705) a Firenze è attestata nel 1682 e tra l’aprile del 1685 e il marzo del 1686, ma le sue opere erano già giunte da almeno un decennio nella casa dei suoi amici Lorenzo e Andrea Del Rosso. Inoltre il biografo Francesco Saverio Baldinucci (figlio del più noto Filippo) racconta che nel 1665 dopo aver raggiunto una certa notorietà, il pittore decise di intraprendere un breve giro per l’Italia, che lo rese piuttosto noto. A Firenze sono già segnalate nei documenti alcune opere di questo periodo.
Alla metà degli anni Quaranta il Rosa dipinge uno dei suoi quadri più allegorici, conservato tutt’oggi nella Galleria Palatina di Firenze: un uomo di tre quarti, con un’ampia veste chiara, e illuminato obliquamente da una luce laterale stringe in mano una maschera e la indica a un altro uomo di profilo, vestito di nero. L’opera è menzionata nei vari inventari sotto differenti titoli; il personaggio viene identificato di volta in volta con un filosofo o una figura allegorica. Solo nella descrizione della quadreria di palazzo Pitti del 1828 il dipinto acquisisce il titolo che mantiene ancora oggi: Menzogna.
Una tale iconografia sembra raccogliere in sé molti dei temi più cari al pittore; ci sono i riferimenti alla filosofia, al simbolismo, al teatro. A Roma, dove Salvator Rosa si era trasferito da Napoli prima di recarsi nella capitale toscana, egli era assiduo frequentatore e organizzatore di attività teatrali. Pare anzi che proprio in ambito teatrale si produsse il forte rancore tra l’artista e Gian Lorenzo Bernini. (RC n. 28 - Ottobre 2007)