Nel 1443 il potente Nicolas Rolin, cancelliere del Duca di Borgogna Filippo il Buono, fondò l’Hotel-Dieu nella città di Beaune. L’edificio aveva funzione di ospedale atto ad accogliere particolarmente i malati poveri e senza un rifugio.
Il cancelliere rendeva in questo modo un omaggio al proprio duca, fornendo un servizio pubblico per i derelitti, e un atto di devozione per la salvezza della propria anima. Durante le festività religiose e ogni domenica i malati avevano la possibilità di ammirare, nella cappella dell’ospedale, il magnifico polittico del Giudizio, dipinto da uno dei pittori allora maggiormente in voga: Rogier van der Weiden.
Le decorazioni dell’ospedale
L’Hotel-Dieu è attualmente considerato uno dei simboli della regione. L’edificio si articola intorno a un cortile rettangolare e presenta una copertura in ardesia sull’esterno e all’interno con meravigliose tegole smaltate colorate di giallo, verde, rosso e nero. Questo tipo di decorazione del tetto è frutto di un intenso periodo di scambi economici e culturali tra il Ducato, le Fiandre e i domini reali.
Un inventario del 1501 descrive la collezione di oggetti che il suo fondatore, il cancelliere Rolin, e sua moglie Guigone de Salins, vi riunirono. Oltre alle donazioni di vari benefattori, l’ospedale prevedeva un arredo di marmi, tappeti, arazzi pregiati. Il mobilio era raffinato, ma estremamente funzionale.
La sala maggiore, detta dei poveri, era dotata di trenta letti a baldacchino ricoperti di drappi rossi molto confortevoli a vedersi, anche se poi capitava, per un esubero numerico, che i malati fossero costretti a coricarsi in due per ciascun giaciglio.
Questa lunga sala, dominata dalla statua lignea del Cristo dei dolori, posta in alto sulla porta d’accesso, conduce alla cappella dove era originariamente collocato il capolavoro di van der Weiden.
Ogni opera d’arte all’interno dell’ospedale sembra fatta apposta per confortare e insegnare la rassegnazione e la preghiera agli ospiti. Anche gli apparati decorativi che venivano cambiati nei giorni di festa recavano messaggi di speranza e redenzione.
Gli arazzi con l’effige di San’Antonio e dell’Agnello Mistico venivano posti a decoro dei seggi presso l’altare maggiore della cappella, mentre quelli con lo stemma di famiglia del fondatore Rolin e di sua moglie ricoprivano, durante le festività, le pareti della sala grande.
Le pitture del XVII secolo, che risalgono al periodo in cui furono fatti lavori di ripristino e allargamento con la creazione di due nuove sale per volere del re, hanno come soggetti miracoli a infermi, la Pentecoste, la vanitas.
Il pittore di Luigi XIV, Isaac Moillon, dipinge a olio su muro, nella sala detta di Sant’Ugo, la serie dei Miracoli di Cristo. All’interno degli episodi un testo dipinto racconta la storia effigiata e spiega il senso delle immagini per i meno eruditi. Dunque la rappresentazione della guarigione e della resurrezione diventano parte integrante della cura, per poter rafforzare anche lo spirito.
Il polittico di Rogier van der Weiden
Il cancelliere Nicolas Rolin voleva il migliore pittore fiammingo per la decorazione della cappella all’interno del suo ospedale a Beaune. Il grande Ian van Eyck e il Maestro di Flémalle (da identificarsi con Robert Campin) erano morti da poco. Inoltre nel 1419 Filippo il Buono aveva trasferito la sede ducale da Digione a Bruxelles, e a quell’epoca colui che ricopriva la carica di “pittore ufficiale della città” era Rogier van der Weiden (1399 circa-1464). La scelta fu perciò piuttosto facile.
La realizzazione del polittico è da collocarsi tra il 1443, data di fondazione dell’Hotel-Dieu, e il 1450, data del viaggio in Italia del pittore, in occasione del Giubileo. L’opera colossale (2 metri circa di altezza per oltre 5 metri di lunghezza quando è aperta) venne collocata dietro l’altare maggiore nella cappella.
Quando era chiusa mostrava i ritratti dei fondatori Nicolas Rolin e Guigone de Salins in ginocchio, l’Annunciazione nella cimasa in alto, e le effigi in grisaille di San Sebastiano e Sant’Antonio, il patrono dell’ospedale. La pittura è eccelsa e raffinata nei dettagli, i toni sono scuri e tendenti al monocromo per aumentare il contrasto con la parte interna coloratissima e luminosa che racconta l’evento trascendente.
All’interno nel pannello centrale sono disposti verticalmente il Salvatore e San Michele più in basso. Loro soltanto guardano verso l’esterno, mentre tutti gli altri personaggi sono completamente assorbiti dall’evento.
La Vergine, gli apostoli, i santi e il papa sono collocati ai lati secondo un’asse orizzontale. Cristo è circondato dai simboli della Passione, portati da angeli, e dai simboli del Giudizio: la spada alla sinistra della sua testa e il giglio, espressione di purezza, alla sua destra.
Siede in cielo sull’arcobaleno dell’alleanza con gli uomini, alle cui estremità sono Maria e San Giovanni Battista, intercessori tra il Figlio di Dio e l’umanità. In basso, circondato dagli angeli tubicini, è l’arcangelo Michele la cui bellezza è sottolineata da una veste candida e da un ricco mantello di porpora, ricamato in oro; le sue ali sono adorne di occhi di pavone e la stola di traverso indica che sta svolgendo un servizio per conto del Signore. Egli ha in mano una bilancia per la pesatura delle anime (psicostasìa). La sua espressione è lontana, assolutamente neutrale, perché il giudizio divino è giusto e inappellabile.
Nella parte bassa del polittico sono rappresentate le anime dei mortali: alcune sbucano dalla terra, altre si avviano felici e quasi incredule verso le porte del Paradiso, altre ancora, respinte dal Signore, cadono, si spingono e precipitano infine nel gorgo dell’inferno.
Il diavolo non è evidentemente presente, ma si percepisce nell’atteggiamento dei dannati che si oltraggiano a vicenda, si umiliano e si trascinano l’un con l’altro in un vortice di orrore e disperazione. Uno studio degli anni Ottanta del Novecento ha tuttavia suggerito che Satana fosse rappresentato in un personaggio che si vede appena, presso la bocca dell’inferno, con una catena al collo. Nell’Apocalisse è infatti scritto: «Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’abisso e una gran catena in mano. Afferò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò per mille anni» (Ap. 20, 1-2).
L’opera non è firmata, ma è stata attribuita con certezza a van der Weiden grazie a confronti fatti durante i restauri con altre note opere del pittore. Inoltre nella composizione sono presenti alcuni tratti distintivi come la qualità luminosa, mutuata da van Eyck, la predominanza delle figure umane che tendono a escludere o perlomeno a semplificare lo sfondo paesistico, l’accurata resa dei sentimenti e il dialogo tra i personaggi rappresentati.
Il polittico comprende in sé più livelli di lettura: uno descrittivo definito dalla raffinatezza dei dettagli delle vesti, delle architetture paradisiache, e dei volti; un altro che si concentra sull’emotività e l’importanza dei gesti e degli sguardi; infine il livello di lettura simbolico, che si riallaccia alle Scritture e alle iconografie tradizionali.
Nell’insieme è un’opera grandiosa, spettacolare, che induce in contemplazione la mente, che conforta e ammonisce allo stesso tempo. Oggi il polittico non si trova più nella cappella, ma è visibile, sempre all’interno dell’ospedale, in una piccola sala allestita appositamente.