Luciano Garibaldi, nato a Roma nel 1936 ma di origini genovesi, giornalista e storico, è stato inviato speciale, caporedattore e vicedirettore di importanti quotidiani (La Nazione, Roma, Il Giornale, La Notte) e settimanali (Tempo, Gente).
È un profondo conoscitore degli aspetti militari del Novecento: nel 2001 ha pubblicato Un secolo di guerre (White Star), tradotto in America, Canada, Spagna, Germania, Francia, Ungheria e Cina; sua, nel 1964, la prima ricostruzione storica dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944; nel 1968 è stato il primo giornalista italiano a entrare in Cecoslovacchia dopo l’invasione sovietica.
Ha pubblicato oltre venti saggi storici, tra cui: Mussolini e il professore (1983), L’altro Italiano: Edgardo Sogno (1992), Enciclopedia del fascismo (1999), La pista inglese: chi uccise Mussolini e la Petacci? (Ares 2002, edizione inglese New York, 2005), nonché tre libri sugli “anni di piombo”: con il giudice Mario Sossi Nella prigione delle Brigate Rosse, con Gemma Capra Mio marito il commissario Calabresi (Edizioni Paoline) e Com’erano Rosse le mie Brigate (Edizioni Nuove Idee).
Radici Cristiane lo ha intervistato sulle tante questioni ancora oggi legate alla tragica storia dell’esperienza comunista.
Dott. Garibaldi, Lei del periodo “caldo” del dopoguerra non è solo uno studioso…
Infatti, non l’ho soltanto studiato, ma l’ho vissuto in prima persona, nella Genova dei primi Anni Cinquanta, con riviste studentesche come “Granum Salis” e “Rinnovare”; all’epoca dei fatti di Trieste, nel drammatico autunno 1953, organizzai, assieme ad amici indimenticabili come Domenico Fisichella, Stefano Mangiante, Sergio Pessot, Lamberto Fodera, alcune manifestazioni di piazza che lasciarono il segno: fu infatti la prima e unica volta, nella storia dell’immediato dopoguerra, che migliaia di studenti dettero vita ad una durissima protesta contro la federazione provinciale del PCI (quella stessa da cui, all’epoca dell’attentato a Togliatti, erano uscite le bande armate che si erano impadronite della città).
Il motivo scatenante? Si erano rifiutati di esporre il tricolore in memoria dei nostri ragazzi assassinati a Trieste. Ma in tutti noi era ancora ben vivo il ricordo delle migliaia di persone assassinate dai partigiani comunisti dopo il 25 aprile: ognuno di noi aveva almeno un amico cui avevano ucciso il fratello maggiore, il papà o il nonno, magari gettandolo vivo nelle ciminiere degli altiforni dell’Italsider, solo perché era stato un commissario di polizia. O un controllore delle ferrovie.
Già: il PCI cercava di raggiungere il potere anche attraverso l’eliminazione fisica degli avversari (come nel Triangolo Rosso emiliano) e dei collaboratori scomodi, magari quelli che sapevano qualcosa sul famigerato “Oro di Dongo” (come accadde al Neri e alla Gianna).
Nel mio recente libro La pista inglese ho dimostrato che i due partigiani furono assassinati dai loro compagni di partito perché si opponevano all’appropriazione del cosiddetto “oro di Dongo” che – secondo le testimonianze e gli elementi da me raccolti – era costituito dai beni sequestrati dal governo di Salò alle famiglie ebree. Al Neri e alla Gianna vanno però aggiunti almeno 30.000 fascisti (o presunti tali) e non meno di mille furono i partigiani “bianchi” o monarchici assassinati dai comunisti. Sottolineo: a guerra ormai conclusa.
E i criminali rimasero sempre o quasi impuniti.
Un caso esemplare è quello di Giovanni Pesce, morto quest’anno (e che addirittura si vorrebbe tumulare nel Famedio dei Milanesi illustri!): a fine maggio 1944, il PCI gli affidò il comando del 3° GAP di Milano e da allora iniziò una serie di attentati senza altro fine che quello di innervosire il comando tedesco, provocando una serie di rappresaglie.
Il caso più grave fu l’attentato del 9 agosto, il più tremendo di tutta la guerra civile a Milano: alcune bombe a scoppio ritardato furono piazzate sui camion tedeschi che, in viale Abruzzi, distribuivano viveri e generi di prima necessità alla popolazione vittima dei bombardamenti alleati.
Rimasero uccisi 5 soldati tedeschi e 5 civili italiani. Il Comando tedesco ordinò che, per rappresaglia, fossero fucilati 50 prigionieri politici. Intervenne Mussolini che ottenne la riduzione del numero delle vittime: quindici. Per vendicare la loro morte, a guerra finita il PCI fucilò i 15 gerarchi fascisti catturati a Dongo e vi aggiunse i cadaveri di Mussolini e della Petacci, già eliminati per ordine di Churchill.
E fu l’orrore di Piazzale Loreto, atto di nascita di questa Repubblica. In precedenza a Milano, durante tutta la guerra civile, ogni giorno almeno un fascista venne abbattuto mentre rincasava o mentre usciva per recarsi al lavoro. Pesce racconterà le sue azioni in due libri: Soldati senza uniforme e soprattutto Senza tregua, considerato una sorta di “vangelo” dalle Brigate Rosse, per loro stessa ammissione.
Esiste un legame ideologico tra movimento partigiano e terrorismo?
Non c’è dubbio. Il convegno di Chiavari del 1970 che diede vita al movimento armato delle Brigate Rosse, fu benedetto da alcuni vecchi partigiani liguri cui rimordeva ancora la coscienza bolscevica per non avere saputo portare a termine la rivoluzione.
E le prime armi delle BR furono fornite loro da alcuni partigiani, che le avevano nascoste nel dopoguerra in attesa di una insurrezione armata. Va detto però che si trattò di una minoranza di irriducibili, poiché la stragrande maggioranza degli ex partigiani, se pure votanti per il PCI, rifuggivano dall’idea di una guerra civile in quei primi Anni Settanta.
All’epoca di Feltrinelli, raccolsi io stesso le confidenze di un gruppo di partigiani della Sesta Zona (Liguria-Emilia) che l’editore milanese aveva inutilmente cercato di arruolare nei suoi GAP (Gruppi d’azione partigiana, mentre la sigla GAP del ’43-’45 stava per Gruppi d’azione patriottica).
Il terrorismo italiano ha avuto anche la connivenza – se non l’appoggio – di gran parte del mondo “intellettuale”: brigatisti definiti “sedicenti”, salotti che raccoglievano petizioni contro chi li combatteva (vedi caso Calabresi), editori come Feltrinelli che “giocavano” a fare la rivoluzione… Questo a fianco di aiuti economici dall’estero.
Se le BR sono “implose”, chi purtroppo non ha mai pagato il conto è quella classe culturale che dominava nei media e nelle Università e che supportava gli atti delinquenziali delle minoranze fanatiche per puro snobismo o per fare carriera, visto che i padroni, terrorizzati dall’idea di essere considerati di “destra”, offrivano tonnellate di incarichi e di soldi a chi si dichiarava “laico, democratico, antifascista”.
A fianco dell’eliminazione fisica, l’intellighentsia nostrana approntava altre armi: linciaggio morale, isolamento culturale, rimozione della memoria. Il caso Calabresi è esemplare.
In occasione del 35° anniversario dell’assassinio di Luigi Calabresi, sul luogo del delitto è stata posta una lapide su cui – tra l’altro – si legge che il commissario di polizia fu «vittima del terrorismo». Dizione ambigua e vaga, perché di terroristi ve ne sono di infinite specie (di sinistra, di destra, islamici, ecc. ecc.).
Mentre Luigi Calabresi fu ucciso da Ovidio Bompressi, portato sul posto da un’auto rubata e guidata da Leonardo Marino, su mandato di Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Tutti e quattro membri di un gruppo comunista denominato Lotta Continua. Per cui, per serietà, sulle lapidi avrebbero dovuto scrivere: «assassinato da Lotta Continua».
Ma è già tanto che si sia mosso ufficialmente anche Napolitano (che nel 1956 esaltò i carri armati sovietici a Budapest); adesso si dovrebbe proseguire attribuendo analoghi riconoscimenti alle decine di poliziotti e magistrati assassinati da brigatisti rossi, neri & affini. E poi dando il nulla osta al processo di beatificazione di Luigi Calabresi, nulla osta che, per competenza “territoriale”, tocca a Dionigi Tettamanzi, già arcivescovo di Genova e ora di Milano.
Lei ha conosciuto Calabresi?
Luigi Calabresi ha rappresentato, nella mia vita di cronista e di testimone del tempo, un punto di riferimento essenziale. Nel ’72, quando fu assassinato, non esitai a denunciare i miei colleghi giornalisti quali complici morali del delitto.
Nel 1980 riuscii a convincere la vedova di Calabresi, Gemma Capra, ad uscire dalla cortina di silenzio che si era imposta da sempre, realizzando con lei la sua prima, dettagliata, approfondita intervista che pubblicai sul settimanale Gente, di cui ero il redattore capo.
Enzo Tortora, mio amico dai tempi del mio esordio nel giornalismo, a Genova, aveva difeso Calabresi senza riserve, si era scagliato contro i suoi detrattori e i suoi assassini morali e pensava sempre di scrivere un libro sulla tragedia che aveva coinvolto il commissario. Non fece in tempo, perché a sua volta fu vittima di una crudele persecuzione giornalistica e giudiziaria, vera origine del tumore che lo portò a prematura morte.
Mi passò il testimone: i fascicoli giudiziari contenenti tutti i particolari del calvario subito da Luigi Calabresi, che l’avvocato Lener aveva promesso a Tortora, giunsero a me. E fu anche sulla base di quella imponente documentazione che nel 1990 potei curare il libro di memorie di Gemma Capra Mio marito il commissario Calabresi.
Ogni tanto qualcuno degli ottocento intellettuali che firmarono l’atto d’accusa contro Calabresi pubblicato su L’Espresso, si fa avanti chiedendo perdono alla famiglia. Ma non potevano farlo prima?
Guardi, mi limito a ricordare che quando, nel dicembre 1971, andò in scena la farsa di Dario Fo Morte accidentale di un anarchico, con protagonista il “dottor Cavalcioni”, alias Luigi Calabresi, da parte della stampa si levarono autentici peana. Persino sul quotidiano della CEI, Avvenire, il critico teatrale scrisse: «Estro assillante, gusto del paradosso, sorridente violenza scarnificante, felice ispirazione».
Ai cronisti politici ed agli editorialisti si aggiunsero le incessanti iniziative del “Movimento giornalisti democratici”, sorto in seguito ai fatti di Piazza Fontana, e del “Comitato dei giornalisti per la libertà di stampa e la lotta contro la repressione”, che divenne editore di un “Bollettino di Informazione Democratica”, fucina di autentica disinformazione e di ricostruzioni arbitrarie dei fatti, tra le principali fonti dei quotidiani e settimanali più diffusi.
Torniamo al famigerato “manifesto degli Ottocento”. Vogliamo ricordare qualcuno di quei maîtres à penser?
Quel documento non solo definiva Calabresi “commissario torturatore” ma definiva “indegni” i giudici che lo avevano assolto da ogni responsabilità in ordine al suicidio dell’anarchico Pinelli. Seguì una serie impressionante di adesioni alla lettera-denuncia. Per ricordare chi veramente armò, dal punto di vista morale, la mano degli assassini, è sufficiente sfogliare L’Espresso, numeri 24, 25 e 26 rispettivamente del 13, 20 e 27 giugno 1971.
Furono più di ottocento gli “uomini di cultura” che aderirono alla lettera-appello. Tra i filosofi, Bobbio e Colletti. Cinecittà era praticamente al completo: Fellini, Soldati, Zavattini, Comencini, Cavani, Montaldo, Bertolucci, Lizzani, i fratelli Taviani, Tessari, Pontecorvo, Bellocchio, Samperi, Gregoretti, Loy. Tra i poeti Pasolini e Raboni.
Dopo gli editori Einaudi, Feltrinelli e Laterza, venivano i pittori: Guttuso, Treccani, Vedova, Levi. Quindi i critici (da Argan a Dorfles, da Morandini a Pivano), gli architetti (Aulenti, Pomodoro, Portoghesi) e nomi di prima grandezza come il musicista Luigi Nono e la scienziata Margherita Hack. La letteratura era rappresentata, tra gli altri, da Moravia, Eco, Maraini, Siciliano, Bevilacqua, Fortini, Ripellino, Sapegno, Primo Levi.
Non mancavano i politici: Terracini, presidente del Senato, Teodori, Amendola, Pajetta. Quanto ai giornalisti, solo l’imbarazzo della scelta: Scalfari, Bocca, Colombo, Mieli (che in seguito, assieme a pochi altri, chiederà perdono alla famiglia), Saviane, Rossella, ovviamente la Cederna e infine Terzani, che, dopo aver esaltato la rivolta dei khmer rossi in Cambogia, finirà, pentito, per narrarne i misfatti.
Una lettera dalle conseguenze gravissime…
Tutti costoro condannarono Calabresi senza disporre di un benché minimo indizio, dopo che la magistratura lo aveva prosciolto in un regolare processo, senza conoscere chi fosse veramente l’uomo che accusavano di assassinio, che indicavano al pubblico ludibrio e al presumibile linciaggio – non metaforico – dei fanatici dell’estrema sinistra.
Lo colpirono nel momento in cui il potere esecutivo lo aveva abbandonato – come avrebbe fatto anche dopo, con gli esponenti della forza pubblica – e la magistratura, nella persona del dottor Biotti, presidente del tribunale che stava giudicando “Lotta Continua”, aveva trasformato il processo al foglio estremista in un processo a Calabresi, manifestando apertamente l’intenzione di assolvere il giornale.
Biotti fu sospeso e la conclusione della prima fase del processo fece andare in bestia quegli intellettuali che tanto avevano sperato in quel giudice, ritenuto capace finalmente d’impartire una lezione all’odiata polizia. Con il loro documento pretesero di sostituirsi ai tribunali.
Il terrorismo “nero”, numericamente esiguo, è morto e sepolto. Quello “rosso” gode ancora della simpatia di parte del mondo della sinistra: ci avviamo verso una “revisione” del giudizio storico sugli anni di piombo?
In effetti, Renato Curcio viene invitato a tenere lezioni nelle scuole, Toni Negri è stato in cima alle classifiche di libri venduti ed ora è consigliere di Chavez, qualche ex terrorista lavora a Montecitorio, la campagna a favore di Adriano Sofri si è interrotta solo a raggiunta scarcerazione…
Danno da pensare le recenti manifestazioni presso il carcere dell’Aquila favore della scarcerazione di brigatisti condannati per omicidio, che hanno visto anche esponenti di un partito di governo, Rifondazione Comunista, che già aveva fatto intitolare una sala di Palazzo Madama al tentato assassino di un carabiniere durante gli scontri di Genova del G8. Peraltro i (pochi) “black block” arrestati per aver messo a ferro e fuoco la città ligure sono stati liberati, mentre i poliziotti che li avevano fermati sono ancora sotto processo…
Sugli scaffali delle principali librerie d’Italia, poi, gli artefici degli “anni di piombo” sembrano dominare il mercato delle idee. Un po’ come, a fine Ottocento, i garibaldini con i loro libri di memorie. È un fatto che presso la grande editoria trovano le porte spalancate, a differenza di chi la pensa diversamente.
La colpa principale di questa stortura è della classe politica, che continua a rifiutare ogni riconoscimento a chi, negli anni del terrorismo di sinistra, si è opposto con coraggio e sprezzo del pericolo a quell’ondata montante. Parlo soprattutto delle vittime: nessuno le ricorda più; nessuno assiste le loro famiglie; nessuno le propone come esempio alle giovani generazioni. E questo, badi bene, accade sia che al potere stia la sinistra, sia che vi stia la destra. E sa perché? Perché la stragrande maggioranza dei loro esponenti ha origine nel marcio.
(RC n. 29 - Novembre 2007)