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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Il comunismo è davvero morto?

Questione superata come molti politici vogliono far credere? Riflettiamoci sopra, e ci accorgeremo che in realtà è cambiata solo la superficie mostro, ma non l’essenza profonda.

di Olinalda Carvalho

7 ottobre 2006: Anna Politkovskaja, giornalista, viene trovata morta nell’androne della sua casa moscovita, uccisa da quattro colpi di arma da fuoco. Dopo pochi giorni avrebbe pubblicato sul giornale Novaja Gazeta i risultati di una sconvolgente inchiesta sulle torture perpetrate in Cecenia dai russi. L’ultimo reportage di una carriera giornalistica sempre all’insegna del coraggio, della verità, della lotta per i diritti e la dignità umani, per la libertà e la democrazia. Quella che ancora in Russia non c’è e che può ancora costare la vita.

Testimone scomoda, sempre in prima linea, ha vissuto sulla propria pelle e raccontato al mondo senza mezzi termini i lati più oscuri della Russia postsovietica, gli episodi più drammatici, dalla strage di bambini nella scuola di Beslan al sequestro di ostaggi al Teatro Dubrovka, alla guerra cecena.

Vietato parlare…

Anna Politkovskaja, invece, ha parlato finché non le hanno chiuso la bocca! E continua a parlare, attraverso i suoi articoli – i più sconvolgenti ed emozionanti raccolti in questo volume –, racconti agghiaccianti che nella loro secca obiettività rievocano episodi e tracciano ritratti di gente comune travolta dalle tragedie della storia: la donna che allattava i piccoli ostaggi di Beslan, il piccolo ceceno che a undici mesi si è visto rapire la mamma, la madre del guerrigliero desaparecido, le vittime della pulizia etnica a Mosca... (Anna Politkovskaja, Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, Mondadori, Milano 2007, pp. 307, € 10,00).

Parole, immagini, fatti che svelano la pesante atmosfera quotidiana in una Russia lacerata da violenze e soprusi che all’esterno non si vedono, o non si vogliono vedere.

Il complotto del Kgb

Dopo poco più di un mese un’altra morte misteriosa. Un altro oppositore di Putin, Aleksandr Litvinenko, ex-ufficiale dei servizi segreti russi (con il KGB prima, poi con l’FSB) muore a Londra avvelenato dal polonio 210. Anche lui lascia un libro (Aleksandr Litvinenko, Jurij Felstinskij, Il complotto del Kgb, Bompiani, Milano 2007, pp. 294, € 17,00) e tanti interrogativi. Un volume, subito censurato in Russia, che spiega con inoppugnabili riferimenti documentali, ciò che è realmente accaduto nell’ex Unione Sovietica dopo il crollo del comunismo.

Un’altra storia, inquietante, allarmante, costruita dalla volontà di potenza dei servizi segreti russi che si sviluppa, dall’inizio degli anni ‘90, con la creazione di società legate al commercio del petrolio e alla criminalità organizzata, con lo scopo di sabotare le riforme liberali di Yeltsin; con il conflitto ceceno, pilotato grazie ad attentati terroristici miranti a far accettare all’opinione pubblica l’inevitabilità della guerra; con l’ascesa inarrestabile di Putin, il nuovo “zar” del Cremlino e, infine, con la strategia della tensione messa in atto per creare una forza politica indipendente, sottratta a ogni controllo del partito e della collettività.

Il complotto del Kgb rivela per la prima volta in forma completa – con maggiore suspence che in una spy story, ma con la drammaticità di una testimonianza che probabilmente è costata la vita all’autore –  i retroscena delle decennali vicende dei servizi segreti russi.

Morto il sovietismo, resta il comunismo

«La Russia non è ancora tornata ai tempi dell’Unione Sovietica, ma sta marciando in quella direzione». Ha detto recentemente il premier polacco Jaroslaw Kaczynski, preoccupato dalla fase politica che sta attraversando Mosca e dal risultato che potrebbe emergere dal voto per il rinnovo della Duma del 2 dicembre prossimo. Secondo un sondaggio – riportato dal quotidiano Dziennik – solamente il 16% dei russi crede che le prossime elezioni rispetteranno gli standard democratici.

Se si considera che un quarto del mondo è ancora dominato dal comunismo, viene spontaneo domandarsi se il 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino, abbia segnato davvero la data di morte di quella scellerata ideologia. Qualcuno ritiene sia stato solo l’inizio dell’agonia, posticipando il trapasso al 25 dicembre 1991, allorché la bandiera rossa fu ammainata dal tetto del Cremlino.

Al di là delle discussioni sull’epitaffio, comunque, di certo c’è che è finito l’impero sovietico, logorato dall’antagonismo industriale e militare con gli USA, impantanato in Afghanistan, prosciugato dai finanziamenti dispensati ai partiti comunisti occidentali, condannato dal sistema socialista geneticamente handicappato rispetto all’economia occidentale. Sembra difficile credere, però, che l’establishment sovietico si sia semplicemente fatto da parte.
Molti studiosi ritengono che i “poteri forti” moscoviti abbiano optato per una “uscita pilotata», abdicando alla titolarità del potere istituzionale (governo, partito) ma conservando di fatto il potere reale: quello economico e sui monopoli, le industrie, la burocrazia, le realtà locali. Poi è partita l’operazione di trasferimento di risorse finanziarie nei Paesi liberi e la “riconversione” in chiave capitalistica della classe dirigente.

Insomma: più che morto, il comunismo sarebbe stato sottoposto ad una operazione di “criopreservazione”. A ben vedere, infatti, l’“idea” – non tanto l’“ideologia” – sopravvive: fra i partiti nostalgici, in Russia, negli ex Paesi satelliti e nelle democrazie occidentali, pensiamo ai nostri “cossuttiani”.
Sopravvive nel panorama culturale (accademico, mediatico), nel sindacalismo, in vari settori economici, ove ritroviamo vecchi volti, restaurati da un superficiale lifting a base di democrazia, capitalismo, pacifismo e un pizzico di “buonismo”, non meno risoluti degli antichi “quadri” di partito nel perseguire la demolizione dell’avversario.

Le uccisioni di Anna Politkovskaja e di Aleksandr Litvinenko danno ragione al polacco Kaczynski e lasciano pensare che in Russia stiano tornando, se mai fossero scomparsi, i sistemi sovietici.

Ma soprattutto resta l’utopismo socialista

E nel resto del mondo? La Cina, nonostante strette di mano e partnership economiche con l’Occidente, detiene il primato delle esecuzioni capitali (circa 5.000 nel 2005), dello spregio verso i diritti umani e le libertà fondamentali. Da tempo le organizzazioni per i diritti umani denunciano il collegamento tra l’alto numero di esecuzioni e la domanda di trapianti: i condannati sarebbero costretti a firmare autorizzazioni all’espianto e, ove mancasse il consenso, i cadaveri dei giustiziati verrebbero cremati per non lasciare prove.

Stessa situazione in Corea del Nord e in Vietnam. In America Latina va per la maggiore il socialismo populista di personaggi come Luis Inácio “Lula” da Silva in Brasile, o Hugo Chavez in Venezuela. A Cuba l’anelito alla libertà spesso è ancora punito con la morte o la galera.
Anche chi fornisce informazioni sulla situazione dei diritti umani nell’isola di Castro rischia pene severissime: Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo dell’associazione Nessuno tocchi Caino – lega internazionale di cittadini e parlamentari per l’abolizione della pena di morte nel mondo – è stato condannato a 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch sulla pena capitale nel suo Paese.

Rispetto agli anni della “guerra fredda” la situazione è migliorata: la libertà e il tenore di vita nei Paesi dell’ex blocco sovietico sono aumentati, è stata scongiurata la guerra nucleare, in Europa sono pressoché scomparsi i terroristi rossi mossi dall’intelligence sovietica, ma sono sorti altri problemi: l’immigrazione, il terrorismo islamico, il relativismo etico e religioso, l’ascesa dell’economia cinese,… conseguenze dell’utopia egualitaria che si richiamava all’internazionalismo proletario e a quel “potere al popolo”, specchietto per allodole di fatto mai realizzato.
 

 

(RC n. 29 - Novembre 2007)