Clicca per andare alla Home Page

Radici Cristiane n. 74 - Maggio
Vai ai contenuti di questo numero

E' uscito il numero 74 di Maggio

EditorialiAttualità, Politica e SocietàSpecialiDossierNotizie dal mondoFede, Morale e TeologiaScienzaStoriaTesori d'ItaliaTesori d'EuropaArte e CulturaLettureLettereAgenda
home la rivista archivio copia omaggio abbonamenti contatti

Parole e Parolacce


Domanda: Sto seguendo attentamente tutto quello che dice Beppe Grillo. Riconosco che dice anche cose giuste ma sono disturbato da quel titolo dato al suo movimento: V-day. È legittimo usare le parolacce? Ho sentito persino gente per bene usarle. È peccato usarle? Non ho fatto l’università e vengo da una famiglia semplice, e mio papà non voleva neppure sentire una parolaccia. Sono troppo all’antica? (Giulio S., Napoli)


Risponde Massimiliano M. Zangherati

La parolaccia, è… una parola, che indica una cosa o un’altra, dunque per sé è indifferente. Diciamo “per sé”, perché di solito sono le circostanze, l’intenzione e il fine che la trasformano in peccato, anche grave, e allora diventa “parolaccia”: ad esempio quando la parolaccia viene pronunziata di fronte a bambini, specialmente le parole oscene, che potrebbero indurre i piccoli a collegamenti logici e pericolosi per la castità, oppure le parole che esprimono odio e disprezzo verso il prossimo, quelle che esprimono ira e quelle dette con malizia con lo scopo scandalizzare (scandalo diabolico) ecc.
Infine è molto facile passare dalla parolaccia alla bestemmia vera e propria. Dunque, quanto meno, la parolaccia è una brutta abitudine, sintomo di ignoranza, grossolanità e violenza. Sì, anche violenza, perché il disprezzo verso il prossimo, espresso e suggerito dalla parolaccia, conduce ad una durezza dell’anima che facilmente può sfociare nella violenza fisica.
La cosa è aggravata quando la parolaccia viene amplificata dai mezzi di comunicazione di massa, in cui il soggetto a cui è indirizzata viene esposto al ludibrio, spesso senza potersi difendere, rivestendosi così di una meschina slealtà che la rende ancor più odiosa.
Attualmente alcuni tentano di far accettare la parolaccia come espressione “culturale” (qualcuno ha l’empia sfacciataggine di definire in questo modo la stessa bestemmia), ma la cultura vera è quella che eleva l’uomo, perfezionandolo nella giustizia nei rapporti con gli altri, cosa che implica il rispetto verso tutti, e nella carità, che vede nel prossimo, sempre e comunque, l’immagine e somiglianza di Dio, fosse anche il peggior criminale. In quest’ultimo caso il criminale riconosciuto conserva comunque la sua dignità di persona umana e non può essere colpito moralmente con appellativi che offendono tale dignità.
Nel dibattito politico le idee devono essere difese con il ragionamento, e la debolezza di questo non è compensata da un profluvio di parolacce. Ciò, naturalmente, non esclude la polemica, in cui può entrare la considerazione dei difetti dell’avversario in quanto politico (es. mettendo in luce, anche con battute spiritose, le contraddizioni nei programmi politici) e una certa enfasi, ma limitate alla materia del dibattito e mai contrarie alla verità.
Dire che bisogna “adattarsi” al comune modo di parlare della “gente”, è un’offesa alla stessa “gente” che in fondo apprezza molto di più chi sa ben esporre con proprietà, chiarezza e semplicità la propria tesi.
Inoltre coloro che hanno un posto rilevante nella società – politici, intellettuali, uomini di spettacolo – hanno anche il dovere, non scritto ma consequenziale, di elevare i loro compatrioti. Far questo, però, significa avere convinzioni salde su un’ideale di uomo che superando la temporalità materiale si eleva verso Dio. Senza questo ideale l’uomo politico o di cultura, diventa una povera cosa che si prostituisce alle voglie sempre mutevoli di chi grida di più… magari dicendo parolacce.

 



(RC n. 29 - Novembre 2007)