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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Uomini padri-padroni?


Domanda: Ho letto il suo articolo di dicembre. In teoria lo condivido. Dico “in teoria” perché sembra che venga sottovalutata la situazione in cui la donna viene a trovarsi nel casi di infedeltà del marito… è difficile perdonare, senza tener conto di certi mariti che sono padri-padroni o peggio. Forse di ciò è responsabile anche la morale cattolica, basata su quello che dice san Paolo, mi pare, riguardo l’obbedienza cieca delle mogli. (Anna E., Napoli)


Risponde Massimiliano M. Zangherati

 
Spesso le generalizzazioni sono ingiuste, e nel campo della fedeltà coniugale lo sono ancor più nei nostri giorni in cui la falsa libertà dei costumi, un certo tipo di emancipazione femminile e il lavoro extrafamiliare espongono la donna agli stessi e forse maggiori pericoli morali dell’uomo. Inoltre, molto spesso, nel tradimento di uno dei due coniugi, l’altra parte non è sempre totalmente innocente.
Nel caso dell’infedeltà maschile, per rimanere nello specifico da lei toccato, la donna può avere delle responsabilità. Vuoi per una certa “abitudine” coniugale (spesso le abitudini sono “brutte abitudini”) in cui il marito diventa poco più di un pezzo di arredamento della casa, vuoi per l’età, vuoi per il lavoro o per l’eccessiva preoccupazione dei figli, il marito finisce per essere trascurato ed essere tentato di cercare altre soddisfazioni. Per non parlare di casi di gelosia infondata in cui la vita a due diventa una tortura per l’uomo ingiustamente sospettato, e gli interrogatori, le allusioni, le “punture di spillo”, sono tante e tali da condurre all’esasperazione e a commettere per “ripicca” ciò a cui prima non si pensava.
Sotto questo aspetto è interessante l’articolo scritto dal Prof. Claudio Risè in Tempi del 13 dicembre 2007, in cui l’autore – partendo dagli episodi di violenza familiare tante volte riportati dai mass media – critica l’odierna prassi legislativa della separazione e del divorzio, in cui spessissimo chi viene penalizzato, non solo economicamente ma anche affettivamente, è l’uomo che finisce per trovarsi senza abitazione e con notevoli limiti del diritto di frequentare i propri figli.
Nella lettera da lei ricordata, l’Apostolo non intende affatto ribadire l’autorità paterna come un diritto di “proprietà” sulla moglie e i figli. Infatti il marito deve imitare Cristo stesso, dunque la sua è un’autorità sacrificale (cfr. Ef. 5, 22-25), cioè derivante dalla volontà implicita di dare la vita per la propria moglie (e di conseguenza per i figli), come Cristo l’ha data per la sua Chiesa.
Inoltre questa autorità non esclude, anzi implica, il dovere dell’ascolto e la richiesta di consiglio alla moglie e, nel caso questi abbiano già una certa maturità, ai figli prima di prendere delle decisioni di una certa importanza.
Nei casi in cui la decisione riguardi degli elementi molto importanti per il bene comune della famiglia, il marito è tenuto a chiedere il consenso della moglie, come potrebbe essere nel caso della scelta di un lavoro che dovesse costringere ad una lunga lontananza dalla famiglia, oppure quando si trattasse di un notevole investimento di capitali per una compra-vendita di beni, specialmente con un notevole rischio, oppure quando si tratti dell’indirizzo educativo dei figli, sempre, naturalmente, nell’ambito della fede e della morale cattolica.
Perciò in questo campo, come in tanti altri, il cattolico (e specificamente la donna) deve assumere un atteggiamento critico nei confronti della cultura dominante penetrata in tutte le sue manifestazioni, specialmente in un certo femminismo, da un forte anticristianesimo fatto essenzialmente di “slogan” vuoti e contraddittori. Non dobbiamo stupircene perché «il mondo giace tutto in potere del maligno» (1 Gv. 5,19) e ricordare «che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio» (1 Gv. 5,5).
Preghiamo san Giuseppe, Patrono delle famiglie, perché tutti i padri di famiglia siano degni della loro vocazione.



(RC n. 32 - Febb/Marzo 2008)