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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Educazione sessuale si, educazione sessuale no


Domanda: L’educazione sessuale nelle scuole mi lascia molto perplesso. Da una parte vedo che noi genitori siamo un po’ inadeguati ad affrontare un discorso tanto difficile con i nostri figli, e dall’altra penso, come cattolico, che la scuola non sia adatta a presentare le cose in modo da assicurare la giusta visione della sessualità. Come si può affrontare questo problema? Veramente l’educazione sessuale nella scuola può risolvere, ad esempio, il problema della violenza o dell’uso disordinato del sesso? (Alberto C. di Roma)


Risponde Massimiliano M. Zangherati
Il tema dell’educazione sessuale nelle scuole è stato affrontato da molto tempo ed è spesso applicato, ma ciò nonostante dubbi e riserve permangono inalterati, almeno tra coloro che non si lasciano facilmente irretire da un pubblicistica superficiale. E tra questi non vi sono soltanto genitori “bigotti” e “arretrati”, ma anche studiosi di varie discipline, dalla medicina alla pedagogia, dalla psicologia  alla sociologia.
Uno di questi studiosi è il Dott. Eugene F. Diamond, pediatra, ed ex Presidente dell’Associazione medica cattolica degli Stati Uniti e attuale Direttore del Linacre Insitute della medesima associazione. Ebbene, l’illustre clinico, in una conferenza raccolta nel testo A Catholic Guide To Medical Ethics (The Linacre Institute, 2001), afferma chiaramente che l’educazione sessuale impartita nella scuola e svolta allo stesso modo di qualsiasi altro corso, almeno come è intesa da molti, o è «superflua o controproducente».
Superflua, perché i ragazzi apprendono in vari modi la realtà della sessualità, prima di tutto dal proprio corpo, poi dal mondo in cui si trovano a vivere. Perciò la scuola non potrà dire molto di più di quello che già sanno o vedono. Se si tratta semplicemente di informare sulle parti del corpo destinate alla riproduzione e su quale sia lo svolgimento biologico della stessa, a questo basterebbe semplicemente il corso normale di scienze naturali.
Controproducente, perché volendo – spesso dichiaratamente – comunicare una forma di comportamento sessuale “corretto”, si finirebbe col presentare ai ragazzi, nel migliore dei casi e dato il clima culturale agnostico ed edonista, tutta una serie di “modi” per vivere la sessualità che, in nome della “libertà” di pensiero che maschera il puro e semplice libertinaggio, verrebbero considerati equivalenti, o, nel caso peggiore – e forse più comune – il comportamento sessuale presentato come ideale sarebbe quello governato dal principio del piacere, con l’unico limite del non uso della violenza fisica, mentre la castità verrebbe presentata come un “disturbo” neurotico, rimasuglio di epoche “oppressive” e “oscurantiste”.
Ben poche altre dimensioni della persona sono così fondamentali, personalissime ed emotivamente coinvolgenti nella vita dell’individuo come la sessualità e, nel caso del bambino o dell’adolescente, sarebbe dannoso affrontarle prima che emergano spontaneamente. 
Come afferma la psicologia, dai sei ai dodici anni il ragazzo si trova in un periodo sessuale di “latenza”, in cui il tema specifico della sessualità non focalizza la sua attenzione. Tale periodo di latenza dev’essere rispettato, e non indebitamente violentato dall’intrusione di una particolareggiata descrizione della vita sessuale.
Inoltre, l’emersione degli interrogativi sessuali nell’adolescente non avviene nello stesso tempo per tutti e la semplice maturità intellettuale, cioè la capacità di comprendere i concetti, non si identifica con la maturità umana globale in cui si inserisce la sessualità.
I genitori devono soprattutto liberarsi da un senso di inferiorità nel campo educativo, perché l’educazione non si identifica con l’“informazione”, ma con la vita intera, e ciò vale soprattutto per la castità. Vedere come i genitori si trattano tra loro nella vita di ogni giorno, assistere allo svolgersi della gestazione, magari vedendo la mamma in attesa di un fratellino, rispondere semplicemente alle domande del bambino – quando le fa e secondo la sua capacità di comprensione – è sufficiente per fornire i dati  grazie ai quali il ragazzo prenderà coscienza della sessualità.
Naturalmente anche qui non sono esclusi i pericoli, per il semplice fatto che conoscere non significa automaticamente abbracciare nella vita personale la verità e il bene, ma tali pericoli sono certo minori di quelli a cui espone un’educazione sessuale impersonale e, soprattutto, priva di qualsiasi riferimento etico assoluto.
Peccare può capitare a tutti, ma non sarà così devastante psicologicamente e spiritualmente quando il peccato è conosciuto veramente come tale, ma quando il peccato viene presentato come un bene, o almeno indifferente, ciò può condurre a cadute difficilmente rimediabili.
Possono però esserci concrete difficoltà di comunicazione su certe materie, specialmente quando i figli crescono. Tali difficoltà potrebbero superarsi con corsi particolari per i genitori, tenuti da medici, psicologi e pedagogisti e curati proprio dalla scuola. Quello che conta è che l’educazione sessuale sia collocata nella vita vissuta, in un contesto dialogico reale e non artificiale o artificioso.
Diverso è invece il discorso sul matrimonio, che potrebbe farsi sui sedici-diciassette anni, e che comprenderà tutto ciò che il matrimonio è, toccando generalmente la vita sessuale, ma collocata nel contesto dell’amore umano. Una tale informazione, però, può essere fatta solamente in una scuola cattolica o nell’ambito parrocchiale, sempre per il difficile ambiente culturale che sembra sempre più contrario al matrimonio uomo-donna come istituto naturale e basilare della società umana.

(RC n. 34 - Maggio 2008)