Domanda: La recente sentenza della Corte Europea dice che i crocifissi non devono essere presenti nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici. A me sembra inaccettabile. Ho l’impressione, però, che la motivazione di carattere culturale (i crocifissi devono esserci perché sono segno di un’identità del popolo italiano) sia un po’ debole. Loro cosa ne pensano? (Elisabetta, Fermo)
Risponde Corrado Gnerre
Solitamente le risposte che si danno per difendere il crocifisso negli uffici pubblici sono due: la prima di carattere culturale, la seconda riguardante una giusta concezione della laicità. Gliele espongo dettagliatamente.
La prima afferma che il crocifisso ha una valenza culturale. La nazione italiana ha le sue radici prevalentemente nel Cristianesimo, per cui è giusto che negli uffici pubblici, attraverso il crocifisso, vi sia questo richiamo. La seconda risposta riguarda una giusta concezione della laicità. La laicità può essere di due tipi, quella che prende origine dalla Rivoluzione Francese, ovvero la laicità come eliminazione della presenza pubblica di qualsiasi identità religiosa; oppure quella che prende origine dalla Rivoluzione Americana, ovvero la laicità come offerta a tutte le identità religiose di presenziare pubblicamente.
Nel primo caso l’identità religiosa deve essere omessa in quanto identità religiosa; nel secondo caso tutte le identità religiose hanno lo stesso diritto di espressione. Nel primo caso, ad evitare la confessionalizzazione dello Stato è la proibizione; nel secondo caso è la legittimazione del pluralismo religioso. Cara Elisabetta, mi sento di darle ragione. Le “risposte”: “il crocifisso come simbolo culturale” o “come espressione di una delle tante identità religiose da salvaguardare”, mostrano un’evidente debolezza. Nel primo caso, perché se il crocifisso è un simbolo culturale, anche un’altra significativa raffigurazione potrebbe esserlo. Nel secondo caso, perché se il crocifisso va salvaguardato in quanto va salvaguardata la presenza pubblica di qualsiasi identità religiosa, allora non si capisce perché solo il crocifisso e non altro. Un credente di altra religione potrebbe benissimo pretendere di affiggere i propri simboli in un’aula scolastica o in un ufficio.
In realtà, ciò che sta succedendo è l’esito di come si è voluto impostare il rapporto Stato-Chiesa in molti Stati di tradizione cattolica. Sarebbe ingenuo non riconoscere che il concetto di “laicità dello Stato” (meglio di “neutralità” dello Stato in materia di religione) come in Italia si è espresso nel Nuovo Concordato del 1984 rende molto debole la motivazione per conservare il crocifisso negli uffici pubblici. Il professor Roberto de Mattei, con grande lungimiranza, scrisse proprio all’indomani della stipula del Nuovo Concordato: «L’abolizione del principio confessionale e la proclamazione dell’opposto principio della neutralità religiosa avrà una sua simbolica espressione nella rimozione del Crocifisso da tutti gli edifici pubblici: scuole, tribunali, ospedali, caserme, prefetture. La presenza del Crocifisso negli edifici statali esprimeva infatti l’omaggio pubblico reso dall’Italia alla religione cattolica. Se lo Stato italiano cessa di essere ufficialmente cattolico per proclamare il principio di neutralità religiosa, questo omaggio pubblico non ha più ragione di essere e costituisce anzi una prevaricazione nei confronti delle altre confessioni religiose e degli atei» (R. DE MATTEI, L’Italia cattolica e il Nuovo Concordato, Roma 1985, pp.54-55).
La Chiesa ha sempre affermato che lo Stato e la Chiesa sono entrambi necessari e supremi nel proprio ordine e relativamente al loro fine. Però tra il fine terreno, proprio dello Stato, e quello spirituale, proprio della Chiesa, vi è un rapporto di subordinazione del primo al secondo. Infatti, a cosa varrebbe la felicità temporale qualora non si raggiungesse quella eterna? La Chiesa, perciò, non interviene negli affari puramente temporali; ma ciò che interessa sia l’ambito naturale che quello soprannaturale (come, per esempio, il matrimonio, l’educazione dei giovani, ecc.) deve essere trattato dallo Stato in modo che non vengano danneggiati, a giudizio della Chiesa, i beni superiori dell’ordine soprannaturale.
Qui viene un punto importante: i doveri verso Dio devono essere resi alla divina Maestà non soltanto dai singoli cittadini, ma anche dal Potere civile, che, negli atti pubblici, rappresenta la Società civile. Dio, infatti, è l’autore della Società civile e fonte di tutti i beni che, attraverso di essa, sono indirizzati a tutti i suoi membri. Questo discorso attiene alla regalità sociale di Cristo. Pio IX, nella Quas primas del 1925, afferma che Cristo è Re per «diritto nativo», perché è Figlio di Dio; ma è Re anche per la sua umanità, ovvero «per diritto acquisito», perché ci ha redenti. Questa regalità è diretta sulle cose spirituali, mentre sulle cose temporali è ugualmente diretta ma non esercitata direttamente (S.Tommaso, S.T.III, qq.58-59).
Va detto che un conto è dover accettare un dato di fatto e quindi cercare di raccogliere ciò che è possibile raccogliere; altro è invece teorizzare il principio della “neutralità religiosa dello Stato”. Insomma, è contraddittorio cercare di salvaguardare un’opzione preferenziale per il Cattolicesimo (per esempio rivendicando la presenza dei crocifissi) e poi favorire la dottrina della “neutralità religiosa dello Stato”.
Quando si dice che il Cattolicesimo può comunque rivendicare un ruolo preferenziale perché religione più consistente numericamente, non ci si accorge che si afferma un qualcosa di pericoloso: prima di tutto perché una religione non si misura con criteri sociologici o quantitativi; secondo, perché la maggiore consistenza del Cattolicesimo è proprio esito di un riconoscimento de iure dello stesso che si è avuto nei secoli.