L’eutanasia non è certamente da approvare, non tanto perché sia contraria ad un determinato credo religioso, ma perché contraria ad una giusta visione dell’uomo, creato da Dio – padrone della vita e della morte – e amato da Lui per quello che è e non perché la sua vita sia, materialmente, più o meno efficiente. Conseguentemente, l’eutanasia è contraria al diritto naturale su cui si regge la società umana.
Questo quando sia vera eutanasia. Infatti dobbiamo distinguere tra eutanasia e accanimento terapeutico, anche quest’ultimo contrario alla dignità umana, tanto che se l’applicazione di una terapia, cioè di un procedimento che di per sé è finalizzato alla guarigione, risultasse inutile o sproporzionata, rispetto ai risultati specialmente quanto a sofferenze, si potrebbe e si dovrebbe, a volte, sospenderla, limitandosi a quelle cure essenziali destinate a mantenere la vita e diminuire le sofferenze fino a che la morte naturale sopravvenga.
Diversamente l’eutanasia è un’azione diretta ad uccidere la persona, con la somministrazione di sostanze che per sé, stante anche la condizione oggettiva dell’ammalato, conducono alla morte, oppure con la sospensione della somministrazione di ciò che serve alla vita fisica dell’uomo: nutrimento, idratazione, ossigeno.
La vicenda di Terry Schiavo è un tragico esempio di questo procedimento. Soltanto quando sia ormai sopravvenuta la morte cerebrale (elettroencefalogramma piatto) e risulti chiaro che ormai la somministrazione di nutrimento, idratazione e ossigeno sia ormai un fatto puramente meccanico, queste procedure possono essere sospese.
Non può essere definita eutanasia la somministrazione di analgesici destinati a diminuire la sofferenza, anche se prevedibilmente a causa di essi la vita umana sarà abbreviata. Le grandi sofferenze e il pericolo della disperazione nell’ammalato possono suggerire questi interventi, fino a porre l’ammalato in coma farmacologico, non prima tuttavia che questi abbia provveduto in piena coscienza a sistemare – se è in grado – tutti gli eventuali obblighi di giustizia in rapporto ad altre persone.
Per il cattolico, compresi parenti e medici, è d’obbligo far tutto il possibile perché l’ammalato riceva i sacramenti in piena coscienza sicché, unendosi alle sofferenze di Cristo, la morte stessa sia più serena e meritoria, senza contare che il sacramento dell’Unzione degli infermi è anche per la guarigione: i casi di persone giunte agli estremi e ripresesi dopo l’Unzione sono tutt’altro che rari.
Quest’ultimo è il vero aiuto che un cristiano deve dare ai propri cari. Il desiderio del suo amico non potrebbe e non dovrebbe essere mai “soddisfatto” né da parenti né da medici, in quanto sarebbe una cooperazione diretta a un suicidio e nessun falso “amore” potrebbe giustificare un delitto che pone in serio dubbio la salvezza eterna di chi lo chiede e di chi lo compie.