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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Il problema della legittima difesa


Domanda: Sono un commerciante e vivo in città dove spesso si sono avute delle rapine ai danni di miei colleghi. Qualcuno di loro ha reagito… meno male che non c’è stata la tragedia, ma sarebbe potuto capitare. Ho pensato: se capitasse a me, come dovrei comportarmi, difendermi oppure no? È lecito ad un cristiano rispondere alla violenza con la violenza? Oppure bisogna sempre chinare il capo anche quando si rischia di rimanere sul lastrico? (Vito, da Salerno)


Risponde Massimiliano M. Zangherati

Molti si pongono la sua stessa domanda, non solo commercianti, ma tutta quella gente che in Italia, e ancor più in paesi in cui la violenza, particolarmente virulenta (non pensiamo che la nostra società italiana sia ai primi posti, neppure in Europa), rende difficile e pericolosa la vita quotidiana. E la risposta non è semplice.

Prima di tutto dobbiamo dire che il diritto alla vita si estende, com’è ovvio, al diritto di difenderla, non solo dalla minaccia delle malattie, ma anche dalle minacce derivanti dai propri simili che per un motivo ingiusto tentassero di toglierla o danneggiarla gravemente.

Ciò si basa sui dati della ragione e della Rivelazione. Per quanto riguarda la prima, è abbastanza semplice comprenderlo: ogni uomo ritiene la vita propria e la vita dei propri cari, come un bene prezioso e sente intimamente il diritto e il dovere di difenderla contro chiunque vi attenti.

Per quanto riguarda la Rivelazione, nell’Antico Testamento è indubitabile la legittimità di difendere la vita umana innocente, sia personalmente che tramite coloro che hanno la cura della comunità umana. Il Nuovo Testamento non tocca direttamente il problema, l’invito al perdono dell’offensore (Mt. 5,38) vuole invitare a bandire l’odio e la vendetta, impedendo perciò che la passione giunga ad accecare completamente l’uomo, ma non toglie affatto il diritto all’autodifesa.

Ciò si ricava indirettamente dal fatto che Gesù non rimprovera coloro che detengono il dovere della cura e della difesa della comunità, magistrati o soldati, semmai rimprovera l’esercizio ingiusto della forza (Gv. 19,11). Il rimprovero rivolto da Nostro Signore a san Pietro quando questi troncò l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote (Gv. 18,11), è da collocarsi nel contesto del sacrificio di Cristo che doveva compiersi (Mc. 14,49). San Paolo parla chiaramente di coloro che detengono il potere della spada (Rm. 13,4) che in quei tempi significava spesso l’applicazione della pena capitale.

Nei primi secoli, il cristianesimo si diffuse tra le legioni romane. Sebbene alcuni militari lasciassero il servizio dopo il battesimo, altri lo continuarono, anche se non veniva visto positivamente il fatto che un cristiano si arruolasse. Insomma in quei tempi di fede fervorosa non vi fu mai una presa di posizione unanime da parte dei pastori, specialmente di papi, nei riguardi del servizio militare in sé. I problemi cominciarono ad acuirsi soltanto quando venne richiesto obbligatoriamente a tutti i soldati di prestare il culto idolatrico agli dèi romani, come atto di fedeltà alla patria.

Dunque se è legittimo prendere le armi per difendere il proprio Paese e la vita di innocenti, è anche legittimo difendersi da sé quando non vi fosse altro mezzo per allontanare il pericolo di morte o della perdita di beni molto importanti. Tra questi beni vi sono anche quelli economici, destinati al sostentamento proprio e dei propri cari.

Ma qui sorge il problema più grave: nel nostro tipo di società (esuliamo da quelle società in cui le strutture assistenziali e assicurative sono estremamente deboli), la rovina finanziaria è veramente irrimediabile? Il rischio che si corre è proporzionato all’eventuale perdita? Il pericolo di perdere la propria vita a cui si espone la persona attaccata che reagisce, non è forse più tragico per i propri cari, ad esempio i figli, che non la perdita del denaro? L’autodifesa non potrebbe condurre ad un aumento dell’efferatezza delle rapine (i delinquenti potrebbero essere indotti a sparare con maggior facilità, sapendo che le vittime solitamente reagiscono)?

Queste sono solo alcune domande. Certo è difficile nel momento del pericolo valutare tutto questo, perciò la decisione rimane, infine, alla coscienza di ognuno. I punti da tener presenti sono questi: 1) l’autodifesa è legittima, come scelta estrema (quando non è possibile l’intervento della forza pubblica); 2) deve essere proporzionata all’offesa (anche qui spesso non è facile valutare la proporzione); 3) deve essere attuata nel momento stesso dell’atto criminoso (ad es. il rapinatore non può essere colpito mentre fugge); 4) i beni difesi devono essere veramente importanti, vitali; 5) la speranza di successo deve essere concreta.


(RC n. 25 - Giugno 2007)