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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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E' uscito il numero 74 di Maggio

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Cesare e Dio


Domanda: Seguo con attenzione Radici Cristiane, che trovo molto interessante. Da tempo volevo porvi un quesito che mi preoccupa. Celebrando l’anniversario della breccia di Porta Pia, qualcuno ha detto che segna la nascita dello Stato laico, che sarebbe poi quello moderno. Ma, allora, perché la Chiesa continua a intervenire spesso e volentieri negli affari politici? Non credete che questo denoti un atteggiamento anacronistico, e anche pericoloso? (Dario, Siracusa)


Risponde Julio Loredo

Caro Dario,

Hai proprio ragione nel sentirti preoccupato, ma per motivi esattamente opposti a quelli che esponi. Mettiamo qualche paletto.


Sia la Chiesa che lo Stato sono societates perfectae, vale a dire società autosufficienti che contengono in sé tutti gli elementi necessari per portare a compimento il loro proprio fine: santificare le anime, nel caso della Chiesa, e garantire il bene comune dei cittadini, nel caso dello Stato.
Nell’Antichità non c’era una distinzione fra le due società. Potere politico e potere religioso si confondevano. Questa concezione sussiste ai giorni nostri, per esempio, nell’islam. È stato Nostro Signore Gesù Cristo, e quindi il Cristianesimo, a stabilirne la distinzione: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt. 22,21). Possiamo dire, in questo senso, che la modernità è nata con la Chiesa.


Alla luce di questa distinzione, vi sono questioni che riguardano esclusivamente una o l’altra società. Per esempio, la disciplina dei sacramenti, nel caso della Chiesa, o la costruzione di autostrade, nel caso dello Stato. Sarebbe perfettamente ridicolo pretendere che una possa invadere il campo dell’altra in tali questioni.


Ma l’uomo non è puro spirito, né pura materia. Egli è fatto di anima e di corpo. Questo vuol dire che, a differenza degli animali, nelle azioni umane v’è sempre una dimensione morale. Una dimensione che, anche a prescindere da una visione religiosa, trova il suo fondamento nell’ordine naturale, che l’uomo non può impunemente calpestare.


Prendiamo l’esempio delle tasse. Siamo in campo prettamente economico e politico. Ma, se le tasse sono sproporzionate al punto di diventare lesive alla proprietà privata dei cittadini, possiamo parlare di ingiustizia, cioè possiamo farne un giudizio morale. E qui entriamo in materie chiamate “miste”, vale a dire che, riguardando fondamentalmente una sfera, toccano o interessano anche l’altra.


Ed ecco che, così come lo Stato potrebbe chiedere alla Chiesa di mettere in regola un convento in materia di norme antincendio, la Chiesa può esprimere un’opinione nel caso d’una legge immorale. E questo per un’esigenza della sua missione.


La moralità o immoralità di una azione è determinata dalla sua corrispondenza o meno con i principi dell’ordine naturale creato da Dio, cioè la legge divina naturale, o con i principi enunciati da Dio stesso, cioè la legge divina positiva. O ammettiamo l’esistenza di questa legge, o cadiamo nel relativismo, ossia nella negazione di qualsiasi principio oggettivo, il che può condurre soltanto all’anarchia, dato che lo stesso concetto di ordine suppone principi.
Uno Stato che si ritenga svincolato dalla legge naturale e divina è uno Stato che cammina verso la sua rovina.


D’altronde, nella misura in cui uno Stato, ritenendosi svincolato da questa legge, comincia a plasmare una società le cui strutture siano in contrasto con essa, diventa ipso facto nocivo alla santificazione delle anime. È, per esempio, il caso di uno Stato che legalizza l’aborto, le unioni omosessuali, la pornografia e via discorrendo. Ed ecco che, per la sua propria missione, la Chiesa è condotta a pronunciarsi per difendere le anime, senza che questo implichi un’invasione abusiva del campo altrui. Semmai, è lo Stato che si sta attribuendo abusivamente il diritto di sovvertire l’ordine naturale.
E questo sì che è veramente preoccupante.


(RC n. 39 - Novembre 2008)