“Case di tolleranza”: una questione scottante
Domanda: Ho letto che il nuovo governo intenderebbe mettere da parte la legge Merlin per rimettere le “case di tolleranza”. Naturalmente sono contrario alla prostituzione, ma discutendo con degli amici, questi mi hanno portato delle ragioni che mi sembrano valide per rimettere in piedi quelle case. Soprattutto quella di togliere un sostegno economico alla delinquenza organizzata. (Mirco B., Roma)
Risponde Massimiliano M. Zangherati
La proposta del governo di cancellare la legge Merlin per tornare all’istituzione delle cosiddette “case di tolleranza” o “case chiuse” (che rimarrebbero tutt’altro che “chiuse”!) è motivata, come ha detto lei, dal fatto che la prostituzione è controllata dalla delinquenza organizzata che praticamente schiavizza le donne, comprese le minorenni, provenienti soprattutto da Paesi africani o dell’Est europeo.
La legalizzazione – affermano i fautori della reintroduzione delle “case di tolleranza” –permetterebbe di avere il controllo immediato dell’attività di queste donne. La loro presenza nel paese potrebbe essere regolamentata, assicurando nel medesimo tempo quelle condizioni di “dignità” riassunte in pratica nel controllo sanitario (anche a beneficio dei “clienti”) e nella “libertà”, soprattutto psicologica, di cambiare vita senza temere per l’incolumità propria e dei familiari. A ciò si aggiunge che il controllo dell’ubicazione delle case potrebbe agire da “deterrente” per i potenziali clienti.
A sostegno di questo si afferma, a volte, che la presenza di “associazioni” di simili donne è sempre esistita, persino negli Stati Pontifici, in quanto la Chiesa chiudeva un occhio sulle loro attività, pur sforzandosi di riportarle sulla retta via, favorendone anche economicamente il reinserimento sociale. Infine, sarebbe meglio tollerare un male minore – la prostituzione – evitandone uno maggiore, ossia l’insidia dei lussuriosi alle donne oneste.
Rispondiamo che tolleranza non significa affatto approvazione della prostituzione, che invece sarebbe implicita nella istituzionalizzazione di essa, come una professione qualsiasi. Un tempo, quando la cultura e il modo comune di valutare la realtà erano profondamente penetrate da valori morali corroborati dal Vangelo, la castità, compresa quella coniugale, era sentita profondamente e sempre lodata, mentre l’impurità era condannata fermamente, pur essendo – appunto – “tollerata”.
Tale tolleranza si basava sul principio che l’autorità pubblica non è chiamata ad assicurare in tutti i suoi aspetti la moralità del singolo cittadino, come invece pretese di fare Calvino che nella Ginevra del suo tempo giunse a condannare a morte le prostitute.
Oggi la situazione è molto diversa. La cultura, ormai, piaccia o non piaccia, ha largamente apostatato non solo da Cristo, ma dalla stessa legge morale naturale, mentre il pansessualismo pretende di imporre come normali comportamenti depravati.
Cosa avverrebbe, dunque, se lo Stato – oggi concepito come vera e propria “fonte” della moralità – intervenisse a rendere legale la prostituzione, mettendola sullo stesso piano di tutte le professioni? Come si potrebbe condannare pubblicamente un comportamento tale senza incorrere nel rischio di essere denunziati per diffamazione come avverrebbe, ad esempio, per coloro che volessero condannare la professione di avvocato in quanto tale? Non si potrebbe giungere addirittura all’istituzione di corsi “professionali” ad hoc? E cosa potrebbe obbiettare un genitore di fronte alla figlia che volesse intraprendere una simile “carriera”?
Di fronte al pericolo molto concreto di una simile, ulteriore caduta morale, i motivi di ordine pubblico passano in secondo piano. Il contenimento della delinquenza deve seguire altre strade e la proliferazione della prostituzione si combatte togliendo gli incentivi pubblici a tutte quelle manifestazioni immorali, che vanno dagli spettacoli alle pubblicità, e che solleticano continuamente la sensualità; impedendone l’esercizio nei luoghi di maggior frequentazione di famiglie e di bambini e favorendo un formazione morale cristiana che sempre più decisamente e chiaramente mostri la bellezza e la grandezza della purezza.
Dunque, la soluzione proposta da alcune forze di governo è irrealista e ispirata ad un pragmatismo molto pericoloso e diametralmente opposto a proprio a quei valori che quelle stesso forze si sono proposte di difendere e per le quali sono state votate da gran parte degli italiani.
(RC n. 37 - Ago/Set 2008)