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La maschera del Babi (rospo in dialetto) viene introdotta nel 1926: si tratta di un personaggio della “Bassa” (le risaie vercellesi) che trasferitosi fra i monti di Biella si sente molto arzillo e persino bello, tanto da voler sedurre Catlina, pettegola moglie di Gipin e madre di Gipinot (le maschere tradizionali biellesi) e per tutto questo viene processato.
Il Carnevale di Biella inizia con una tradizionale fagiolata: negli otto rioni cittadini si installano enormi calderoni in cui cuoce la minestera di faglioli. Altra fase delle festa è l’arrivo delle maschere al suono delle fanfare. Infine l’atteso processo al Babi: si svolge al chiuso, nel teatro Socrate Villani e dura un paio d’ore. In questa occasione, il Babi riferisce e confessa anche i segreti e gli scandali della città Dopo la sentenza e il testamento il Babi è trascinato in piazza, dove un fantoccio che lo rappresenta viene bruciato in un gran rogo.
Sono qui evidenti i diversi componenti di molti carnevali: il conflitto campanilista (tra Biella e Vercelli), la contrapposizione dei caratteri (il posato autorevole Gipin e il bizzarro ma veritiero Babi), la denuncia delle malefatte di cui tutti sanno ma nessuno parla per ipocrisia, l’addossamento di ogni colpa a un capro espiatorio, la morte del carnevale e anche della vecchia stagione.