San Giuseppe Cafasso, (beatificato nel 1925 e canonizzato nel 1947, ricordato il 23 giugno come patrono dei carcerati e dei condannati a morte), è una di quelle figure che, assieme a san Giovanni Bosco, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, il beato Francesco Faà di Bruno, san Leonardo Murialdo e altri che operarono nella Torino ottocentesca e passano sotto il nome di “santi sociali”. In realtà, fa notare l’autrice, tutti i santi che hanno espresso una vocazione caritativa devono essere considerati “sociali” poiché per forza di cose hanno abbracciato la causa sociale, da Vincenzo de’ Paoli a Giovanni Battista de la Salle, da Camillo de Lellis a Madre Teresa di Calcutta…

Comunque la figura di Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti nel 1811 e morto a Torino nel 1860, si caratterizza per l’opera di grande impegno profusa soprattutto nei confronti di una delle categorie (allora) meno visibili e meno seguite: quella dei carcerati. Nonostante la salute malferma (morì a soli 49 anni), Giuseppe Cafasso dimostrò immediatamente una intelligenza tanto vivace da divenire sacerdote a 22 anni ed essere immediatamente chiamato dal teologo Luigi Guala nel convitto ecclesiastico da lui aperto a Torino, dove lo affiancò nella cattedra di teologia morale. In 24 anni di insegnamento Giuseppe formò generazioni di sacerdoti, ma non tralasciò, come accennato, un’intensa opera pastorale verso tutti bisognosi: in particolar modo i carcerati e le loro famiglie, cercando da un lato di convincere i condannati a morte ad accettare cristianamente la giusta condanna e dall’altro aiutando i dimessi dalle prigioni a reintegrarsi nella società.

L’attività di san Giuseppe Cafasso (e, più in generale, dell’intero clero piemontese) si svolse inizialmente in buona collaborazione con lo Stato piemontese, durante il regno di Carlo Alberto (che aveva perfettamente compreso l’importanza della presenza di buoni sacerdoti per il benessere spirituale e materiale dei suoi sudditi), quindi in contrasto con le autorità statali (sotto Vittorio Emanuele II, in seguito alle leggi Siccardi), quando gli unici a prodigarsi per i più miseri, abbandonati da una borghesia e da una burocrazia permeata di mentalità calvinista (si legga il romanzo Una fra tante di Emilia Ferretti Viola detta Emma per rendersene conto), erano appunto i religiosi, molti dei quali formati appunto dal Cafasso. Tra i suoi amici più cari va ricordato il conterraneo san Giovanni Bosco, anch’egli di Castelnuovo d’Asti, che lo aiutò materialmente e moralmente nella sua missione e lo definì addirittura un «modello di vita sacerdotale». La biografia di Cristina Siccardi, da poco reduce da un celebrato studio su Giovanni Paolo II, si caratterizza per la capacità di indagare la personalità e la spiritualità del Santo inserendolo in una cornice storica ottimamente delineata.