Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta era un volume complesso, ampiamente documentato (e perciò difficilmente attaccabile); Apologia della Tradizione, che si propone come un poscritto a quel ponderoso saggio storico, cerca di rispondere a un lecito interrogativo: è possibile mettere in discussione le decisioni delle supreme autorità ecclesiastiche? In altre parole, possiamo dire che la Curia romana, il Magistero contemporaneo – ed in particolare il Concilio Vaticano II e il suo preteso “spirito” – abbiano sbagliato e che sia da addebitare in massima parte a loro l’attuale crisi della Chiesa?
Se il 20 dicembre 2010 Benedetto XVI ha paragonato l’attuale situazione della Chiesa a quella che, quindici secoli fa, precedette il crollo dell’Impero Romano, è doveroso notare che esistono cause interne e cause esterne: il mondo secolarizzato da un lato, la debolezza interna dall’altro. E la causa di quest’ultimo male ha un suo fondamento anche e soprattutto nel Concilio, che segnò un momento di rottura (tanto che il Papa stesso ha proposto, per sanare questo vulnus, di applicare l’esegesi della continuità, confermando l’esistenza di un’interpretazione nel segno contrario, cioè della discontinuità).
L’autore inizialmente ripercorre la storia della Chiesa evidenziando i vari casi in cui alcuni papi commisero errori, fino a macchiarsi di eresia o almeno a favorirla, da Onorio I, vicino al monofisismo, al simoniaco Benedetto X, che venne deposto e processato; dalla debolezza di Pasquale II, che però fece autocritica – ammettendo quindi un proprio errore – per aver concesso all’Imperatore Enrico V privilegi (definiti “pravilegi” dai vescovi contemporanei) alla rilassatezza dei costumi di Innocenzo VIII e Alessandro VI che causarono indirettamente lo scisma protestante, come suggerisce lo stesso storico dei Papi, Ludwig von Pastor.

In tempi più recenti, san Pio X con l’enciclica Pascendi individuò gli errori interni alla Chiesa (come il Sillabo aveva individuato quelli esterni). Quindi si sofferma sulle conseguenze del Concilio, da molti percepito come «una sorta di spartiacque che divideva in due la storia della Chiesa e dell’umanità: prima e dopo il Vaticano II» (p. 83), ricordando le amare parole pronunciate nel 1985 dall’allora card. Ratzinger: «i risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti, a cominciare da quelle di Giovanni XXIII e di Paolo VI».

La Chiesa è tornata ad essere una minoranza, per di più vittima di un dissenso interno che da “autocritica” è divenuto “autodistruzione” (sono parole di Papa Montini). Ma come riconoscere gli eventuali errori? La pietra di paragone non può che essere la Tradizione, intesa come insegnamento che sta alla base della Chiesa e tramandato agli Apostoli durante i quaranta giorni che intercorsero tra la Resurrezione e l’Ascensione: in quel periodo vennero date agli Apostoli spiegazioni e ulteriori istruzioni, non essendo concepibile che Gesù risorto non abbia avuto lunghi dialoghi con i suoi.

La Tradizione, quindi, precede la stesura dei Vangeli: nei primi decenni di vita la Chiesa si basò unicamente sulla Tradizione, cioè sugli insegnamenti diretti di Cristo e sui suggerimenti della Madonna, Mater Ecclesiae.

«Tutti i Padri della Chiesa sono concordi su questo punto: la Tradizione è la dottrina apostolica in quanto è stata trasmessa dalle generazioni successive ed è giunta inalterata sino a noi. L’eresia, per i Padri, è ciò che è “nuovo” e dalla Tradizione si discosta» (p. 99). Rifiutato dalla riforma protestante per il principio della “sola Scriptura”, il rispetto della Tradizione viene confermato dal Concilio di Trento, che valorizza il ruolo della Chiesa discente (i fedeli) a fianco della Chiesa docente (i Pastori). Inoltre non va confusa con il Magistero, cioè l’insegnamento della Chiesa, che dipende dalla Tradizione ed è chiamato a discernerla ed esprimerla (p. 108), ma non a interpretarla soggettivamente. Insomma «in ordine di importanza decrescente, prima viene la Tradizione, quindi la Chiesa e successivamente il Magistero, che è un “potere” che la Chiesa esercita per perpetuare la Tradizione» (p. 112).

Dopo questa lunga, ma necessaria premessa, l’autore affronta il problema del rapporto tra Tradizione e Concili o Sinodi: questi ultimi sono infallibili? «Nessun Concilio, neppure Trento o il Vaticano I, è più alto della Tradizione» (p. 134); di conseguenza è inammissibile qualsiasi tipo di “novità” introdotta dal Magistero, ma solo un “progresso” dall’implicito all’esplicito (come nella proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione). E il Magistero del Vaticano II? Esso è «ordinario, autentico e supremo e come tale merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione, ma non è magistero infallibile, non perché il Magistero ordinario non possa essere infallibile, ma perché esso è infallibile solo quando conferma verità, non quando introduce novità pastorali o dottrinali» (p. 141).

La stessa già ricordata “ermeneutica della continuità” proposta da Benedetto XVI indica l’adesione alla Tradizione quale criterio interpretativo del Concilio, che non può (né potrebbe) trovare in se stesso alcun principio di infallibilità.
E Roberto de Mattei conclude il suo illuminante saggio, chiedendosi se, in un’epoca di confusione come quella in cui viviamo, non sia necessaria una chiarificazione esplicita, un elenco degli errori correnti, un nuovo Sillabo, per eliminare quegli equivoci, ermeneutici e non, oggi presenti all’interno della Chiesa.